La cosa più straniante del trovarsi in un paese in guerra da 4 anni e mezzo è l’apparente normalità. A Odessa le aiuole dei parchi pubblici sono perfette, non ci sono cartacce in giro, i negozi sono aperti, le strade piene di auto e i pedoni camminano per le vie del centro. Se non fosse per quelle grandi foto di giovani sorridenti vestiti in mimetica circondati di fiori e bandiere in cui ci si imbatte continuamente, per le sirene che suonano interrompendo per un attimo conversazioni e attività e per le rumorose notti di bombardamenti, da trascorrere nei rifugi, sembrerebbe una qualsiasi bella città dell’Europa dell’Est.
Guardando con più attenzione, si nota che fra chi passeggia, guida i mezzi pubblici, pulisce i marciapiedi, serve ai bar e anche fra chi improvvisa concerti all’aperto le donne sono la maggioranza. Il reclutamento degli uomini ha costretto molte di loro a svolgere anche lavori molto pesanti che prima erano considerati principalmente maschili: lo stesso governo organizza corsi e percorsi professionali speciali.
Siamo in Ucraina e non c’è pace nemmeno per il porto sul Mar Nero, la terza città del paese e la più famosa per la sua vivacità. Prima di arrivare al centro storico, provenendo dal vicino confine con la Moldavia, unica via di accesso da Ovest, i segni lasciati delle bombe sono invece evidenti nella distruzione degli edifici della zona portuale e industriale. Anche in pieno centro, dell’ex Hotel Odessa, un grattacielo di una ventina di piani ben posizionato nel mare proprio davanti alla famosa scalinata della Corazzata Potemkin, resta solo lo scheletro annerito: fu colpito a morte dalle bombe nel settembre 2023.
La città è ferita ma non abbandona il suo spirito e con le sue donne fa fronte alle difficoltà con orgoglio anche se la fatica e lo scoraggiamento sono inevitabili. Una recente missione a Odessa con 130 attivisti del MEAN, il Movimento europeo di azione non violenta ispirato agli ideali del politico altoatesino Alex Langer, è stata l’occasione di incontri con donne e uomini della società civile locale. La scelta di partire nonostante l’intensificarsi degli attacchi russi anche sulla regione di Odessa è stata ampiamente ricompensata dall’evidente gratitudine degli ucraini e delle ucraine, che proprio in questi momenti più difficili hanno bisogno di sostegno e di non sentirsi abbandonati dal mondo.
In un paese in guerra, la maggior parte degli uomini fra i 20 e i 50 anni sono al fronte, o morti, o feriti oppure scappati o nascosti. In altre parole, sono le donne le protagoniste della scena, quelle che si fanno carico di tutto in famiglia, che devono lavorare, accudire e consolare, senza mollare mai. Per non parlare di quelle, combattenti (volontarie) ma soprattutto negli ospedali, impegnate sul fronte. “Le donne non sono soltanto spettatrici della guerra. Sono quelle che continuano a tenere insieme le famiglie, i servizi, le comunità e la vita quotidiana. Sono quelle che accolgono, curano, lavorano, proteggono, aiutano. E sono quelle che, quando arriverà la pace, dovranno contribuire a guarire ciò che la guerra ha distrutto”: è la sintesi di Antonina Semenova, cofondatrice e direttrice, con il marito italiano Ugo Poletti, dell’Odessa Journal, una testata in inglese che racconta la quotidianità della città in tempo di guerra, e del centro culturale Ukrainian Cosmopolis. “Odessa è la città dell’amore. Ci piace goderci la vita. Uno dei problemi delle donne ucraine è che oggi, dopo 4 anni e mezzo di guerra, trovare l’uomo che possa tornare a casa da te è diventato molto più difficile”.
Per descrivere lo spirito della sua città, Antonina Semenova racconta di un suo risveglio dopo una notte di bombardamenti. “Era il 2023 se non sbaglio. In confronto ad allora, le bombe della notte scorsa erano un ronzio di zanzare. Quando l’allarme finì erano le 5 del mattino. Mi sono fatta un caffè e sono uscita sul balcone. Nel vedere il sorgere del sole ho dimenticato per un attimo quella notte orribile, quello che ci sta succedendo. Era bellissimo. Ecco come siamo qui a Odessa. Ci bombardano, ma noi vogliamo godere del fatto di essere vivi, ora”.










Bellissimo articolo, la firma di Francesca Venturi è sempre una garanzia
Articolo toccante! Non bisogna abbassare la guardia, abituarsi alla guerra come se fosse qualcosa da fare per scontato