Il calendario ortodosso è quello giuliano, quindi Natale per gli Etiopi ortodossi (quasi tutti) si celebra il 6 gennaio. Non ci si scambiano doni (è pur sempre uno dei paesi più poveri della terra) ma si celebra con una messa che dura tutta la notte a Lalibela, dove ogni anno arrivano da tutto il paese pellegrini e devoti.
Dormire tutta la notte sulla roccia scomoda e dura
Ci si veste di bianco, il colore della festa e della purezza, e, imperterriti, si prega e si ascoltano le litanie dei sacerdoti, che durano dal tramonto all’alba. Se il sonno prende alla sprovvista, ci si raggomitola nello shamma, bianco con bordi colorati o ricamati, si abbandonano le scarpe da qualche parte (dove non le si ritroverà) e ci si sdraia sulla roccia, una roccia dura e bitorzoluta che a noi occidentali impedisce anche di sedersi. Eppure loro stanno lì, uno addosso agli altri, a chiunque sia sdraiato vicino a te, conosciuto o meno. Ogni tanto ci si rialza, si prega, si legge un libro sacro scritto in in ge’ez, si bacia la croce che il prete tende ai fedeli, si canta, si accende una candela di cera.
La notte è lunga e fredda, ma i pellegrini con gli occhi assonnati non sembrano accorgersene.
Le chiese, tutte patrimonio Unesco, sono scavate nella roccia e sottoterra, circondate da un dirupo non protetto e non segnalato. Bisogna quindi cercare di non cadere di sotto, cosa non facile a causa dell’enorme quantità di gente, dei fili delle telecamere (l’evento è talmente importante che ci sono televisioni e radio locali) e della natura stessa della roccia. Scarpe da trekking per noi, piedi nudi per loro, che saltellano amabilmente da uno spunzone all’altro o si sporgono pericolosalente senza cadere.
Finalmente l’alba
A un certo punto durante la notte si accendono le candele (oltre ai dirupi mi chiedo come non scoppino incendi, visto che le candele vemgono tenute in mano pericolosamente vicino agli shamma o ai capelli.
Ma è all’alba che il rito si compie. I preti salgono lungo il dirupo e intonano canzoni o meglio nenie, suonando il sistro (che contiene cinque pezzi di metallo che simboleggiano le cinque ferite di Gesù e che emette un suono quando viene scosso). Indossano abiti tradizionali, bellissimi e ricamati. Alla fine il corteo si scoglie e i pellegrini (tantissimi) cercano di uscire passando da budelli strettissimi scavati nella roccia per tornare ai loro paesi, distanti anche due giorni di cammino.





