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Yayoy Kusama: la rinascita della donna a pois

Per essere una che ha vissuto 40 anni in un ospedale psichiatrico, ne ha fatta di strada. Yayoi Kusama, 89 anni, una vita a pois, è la più famosa artista vivente. Negli ultimi anni oltre 5 milioni di persone hanno fatto code di ore sotto tutte le condizioni atmosferiche per poter vedere le sue opere, che spesso hanno a che fare con zucche e specchi e, sempre, con i pois.

Poco importa che i musei abbiano dovuto restringere i tempi di visione delle sue stanze immaginifiche a pochi secondi (dai 45 della galleria David Zwirner di New York si è passati ai 30 secondi dell’Hirschhorn Museum di Washington. Ai suoi fan pochi secondi bastano. Quei pochi secondi che permettono di farsi un selfie da postare su instagram. Già, perché Kusama è l’artista più instagrammabile del mondo e basta fare una ricerca usando gli hashtag giusti (#YayoiKusama o #InfiniteKusama) per accorgersene.

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Zucche all’infinito nella stanza ‘magica’ di Yayoi Kusama

Tra pochi giorni Kusama sarà a Londra, alla Victoria Miro Gallery, che per evitare le lunghe code intorno all’isolato ha messo online i biglietti (gratis ma a tempo) per vedere la sua prossima ‘stanza infinita’. L’ultima volta, due anni fa, la galleria fu costretta a tenere aperto 24 ore al giorno per permettere di smaltire tutti quelli che volevano vedere le zucche e si accalcavano alle porte prima e dopo l’orario di chiusura.

Kusama non ci sarà. Non lascia quasi mai l’ospedale psichiatrico di Tokyo dove si è volontariamente rifugiata 41 anni fa se non per andare a lavorare nel suo studio, dall’altra parte della strada. Lí si sente coccolata, lei che ha fatto una vita solitaria, nata da una famiglia ricca ma infelice, mai sposata, con una sola relazione ‘platonica’ (Kusama ha ribrezzo del sesso) con il pittore Joseph Cornell, autorecluso in casa della mamma fino a 50 anni.

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Sotto la parrucca rossa e dietro agli abiti che si cuce lei stessa c’è una donna sofferente e geniale.

Kusama ha iniziato a dipingere da piccola. Violette, peonie e zinnie che, dopo un po’ che le osservava, finivano per parlarle, dando luogo alle prime allucinazioni che non la abbandoneranno mai più. Prima i fiori, poi le zucche. A 11 anni nel giardino del nonno una zucca iniziò a parlarle e lei ne fece il suo soggetto preferito.

Nonostante la sua instabilità psicologica, a 27 anni lasciò il Giappone per gli Stati Uniti, con l’intenzione di diventare artista. Scrisse a Georgia O’Keeffe chiedendole consiglio. Con pochi dollari cuciti nella fodera del vestito, 60 kimono di seta e qualche disegno, affrontò da sola la vera povertà. Raccoglieva teste di pesce scartate dai pescivendoli e ci cuoceva delle zuppe. Ma intanto dipingeva ossessivamente, ripetendo con insistenza le stessi piccoli segni, fiorellini, onde, pois.

Piano piano iniziò a vendere quelle tele frutto delle proprie interiori ossessioni. Prima per 75 dollari, poi, nel 2014, per 7 milioni di dollari, un record per una artista donna. Le sue idee vennero ‘rubate’ da artisti di fama che se ne appropriarono facendole proprie. Cercò di suicidarsi lanciandosi da una finestra (ma una bicicletta interruppe il suo volo e si salvò). Nel 1966 riempī di sfere riflettenti il padiglione del Giappone alla Biennale di Venezia e iniziò a vendere le sfere per 2 dollari l’una (la Biennale bloccò immediatamente la vendita scandalizzata). Iniziò a dipingere corpi nudi di persone sui gradini della Statua della Libertà come segno di protesta per la guerra in Vietnam, mise in scena il primo matrimonio gay nel 1968.

Insomma, visse negli Usa una vita bohemienne di eccessi e performance sregolate. Poi tornò in Giappone, e cominció il dentro e fuori dai manicomi, fino a che fu ricoverata in un ospedale che offriva corsi di arte-terapia. Non ne è mai più uscita, in modo volontario, se non per andare nel suo studio a dipingere. “La pittura mi ha salvato la vita”, ha detto via email a Heather Lenz, che ha girato un documentario sulla sua vita (Kusama non rilascia mai interviste di persona).

A Londra ci si potrà immergere di nuovo, anche se solo per pochi secondi, nel suo mondo folle e ossessivo. La mostra, The Moving Moment When I Went To The Universe, visibile con biglietti gratuiti da chiedere al sito della galleria, resta aperta fino al 21 dicembre. E sono sicura che, come le altre volte, sarà un viaggio meraviglioso nella mente di una donna controversa, sofferente, geniale.


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