Grazie a Cinema Made in Italy, rassegna di film usciti in Italia con un certo successo e arrivati a Londra per il festival, incontro Laura Samani, regista di Un anno di scuola, e mi faccio raccontare qualcosa sulla genesi del film. Laura è triestina, ha 36 anni e due puntini brillanti sotto gli occhi, come due piccole lacrime brillanti.
Il suo primo film, di un certo successo, è stato Small Body, poi è arrivato Un anno di scuola, storia di una ragazza svedese (stereotipo numero uno) che arriva a Trieste e si iscrive a un istituto tecnico, per scoprire che è l’unica femmina in una scuola di solo maschi (stereotipo numero due). All’inizio viene bullizzata, poi riesce a farsi accettare dal suo gruppo, vestendosi da maschiaccio, bevendo e dicendo parolacce, come i maschi (stereotipo numero tre).

“L’idea mi è venuta da un libro che noi a Trieste dovevamo leggere a scuola” – racconta Samani “Un anno di scuola di Giani Stuparich. La vicenda è uguale a quella del film, ma il libro è ambientato nel 1908 in un liceo classico, che all’epoca era la porta per essere ammessi all’università e iniziare così una strada di indipendenza. Oggi al classico vanno quasi solo donne (tra l’altro è in corso una discussione sul fatto che il liceo classico sta scomparendo, ndr), quindi abbiamo dovuto trasporlo in un istituto tecnico. La ragazza in questione l’abbiamo fatta diventare svedese proprio per via degli stereotipi e per mantenere questa sua natura di “sirena”, perché i ragazzi la vedono un po’ come mostruosa. La storia, però, è la stessa: quella di una ragazza che vuole essere accettata dal suo gruppo, ma fa fatica.

La regista Laura Samani

È un film sul bullismo e sulla mascolinità tossica?

“Non sceglierei nessuna delle due alternative. Abbiamo deciso fin dall’inizio di non essere manichee e dire maschio=cattivo, femmina=buona. Ma volevamo sottolineare cosa significa non sentirsi a proprio agio in una situazione. Volevamo raccontare una storia. Nessuno dei ragazzi è cattivo, semplicemente si muovono nel mondo con gli strumenti che hanno. Ci sono dinamiche di branco, in cui il singolo non ha colpa ma si nasconde dietro agli altri. E c’è l’espressione del desiderio: lei vuole sia avere il fidanzato all’interno del gruppo, che essere accettata dagli altri. La differenza è che lei oggi come oggi non può esprimere i suoi desideri liberamente, i maschi sì”.

C’è un momento nel film in cui la protagonista subisce una trasformazione e comincia a bere come i maschi e a vestirsi da maschiaccio. Ed è qui che viene accettata. 

“Sì perché lei, essendo vittima del male gaze non vuole essere la bambolina seducente, smette di mettersi degli abiti (lo fa solo all’inizio del film) e indossa pantaloni. Indossare un vestito non la fa sentire al sicuro, cambia abito, cambia taglio di capelli e inizia ad assomigliare a loro”.

È un film che parla anche di accesso alle materie Stem per le ragazze?
“La scuola superiore in Italia è genderizzata. La cosa sta cambiando ma lentamente. Non mi interessa cosa studia una persona ma mi piace che ognuno o ognuna possa fare quello che vuole. Non avevo mai pensato al discorso stem, ma se il film dovesse avvicinare anche solo una ragazza alle materie scientifiche sarei contenta”.

Se vuoi vedere di cosa parla il film, ti metto qui il trailer.