Di viaggi ne ho fatti tanti ma un posto più pazzesco del Turkmenistan non credo lo rivedrò. Grande una volta e mezzo l’Italia, ha solo 5 milioni di abitanti e l’80% del suo territorio è formato dal deserto del Karakum.
Siamo andati in formazione, dodici persone, quasi tutte giornalisti, appartenenti a Italian Travel Press, ma non abbiamo potuto dirlo perché il Turkmenistan è una dittatura feroce simile alla Corea del Nord e non era il caso di svelare la nostra professione. La nostra guida, comunque, ha chiesto a tre di noi, in momenti diversi e in privata sede, quale fosse la nostra professione e la risposta (impiegata…) non l’ha soddisfatta per niente.
Il resto è deserto, il deserto del Karakum, un tempo una delle tappe più pericolose della Via della Seta. Karakum significa “sabbia nera”, ma non è che la sabbia sia proprio scusa. È piuttosto beige, con un vello di erba che la ricopre. Niente dune, qualche pietraia, tramonti infuocati. Temperature altissime d’estate, freddo intenso d’inverno. Non esattamente un luogo ospitale. La strada, o le strade, che attraversano il Turkmenistan sono da percorrere in 4×4 perché piene di buche e dossi.
Infatti lasciamo il pullmino che ci ha accompagnato fin qui per trasbordare su jeep che ci portano da Ashgabat a Darvaza, alla Porta dell’Inferno.
Siamo 12, quasi tutti giornalisti ma ovviamente siamo in incognito. I giornalisti non sono ben visti da queste parti, si dice che le stanze degli hotel siano piene di “cimici” pronte ad ascoltare quello che viene detto e basta una parola sbagliata per essere buttati in prigione.
La dittatura più dura del mondo
Il Turkmenistan è una dittatura, è il paese più chiuso degli “stan” e fino a poco tempo fa non ci si poteva entrare. Anche oggi, che cerca di aprirsi un po’ al resto del mondo, con fatica e lentezza elefantiaca, ci vuole una lettera d’invito per avere il visto, che può venire rifiutato in modo arbitrario e senza spiegazioni (è successo a due di noi, che poi hanno recuperato facendo intervenire l’ambasciatore italiano) ed è consigliabile mostrare una professionalità neutra. Tappezziere, sarta, impiegata, qualunque cosa va bene. La nostra guida, Enejan, una ragazza di 28 anni che parla italiano (una rarità, qui nessuno parla nemmeno l’inglese, neppure quelli o quelle che lavorano all’aeroporto o negli hotel), chiede a tre di noi, in momenti in cui ci trova da soli, quale sia la nostra vera professione. Probabilmente l’hanno addestrata a dovere, sempre meglio tenere d’occhio gli stranieri. E comunque lavora per un tour operator che, il giorno che dobbiamo andare a pranzo all’ambasciata, ci fa sapere che “non abbiamo il permesso”.
Di nuovo è intervenuto l’ambasciatore e alla fine il brunch è stato servito nella sua residenza, con tanto di tovaglioli di lino con ricamato lo stemma della repubblica italiana. Ma ci hanno provato. Ci provano sempre e guai a deviare dal programma stabilito.
Così funziona una dittatura, che ha avuto tre presidenti ed è stata territorio URSS per un bel po’ di anni. Raggiunta l’indipendenza nel 1991 è rimasta la corruzione e un folle culto della personalità, prima del primo presidente, Nyyazov, che una volta insediato si è fatto chiamare Turkmenbashi, padre del Turkmenistan. Nyyazov ha scritto un libro, il Ruhnama, con la sua visione della vita. L’ha reso una lettura obbligatoria per tutti, dall’asilo all’università, più del Corano, e al libro ha dedicato un enorme monumento a forma di libro, appunto, che si apriva al tramonto (ora il meccanismo è rotto e non si apre più).
Il presidente Turkmenbashi è onnipresente
A proposito di monumenti, Turkmenbashi si è dedicato una moschea mastodontica, tutta di marmo bianco (come tutti gli edifici di Ashgabat) e che può contenere 10.000 persone. I minareti sono alti 91 metri, come l’anno della raggiunta indipendenza. Sotto la moschea c’è un parcheggio che può contenere 400 auto. Quando la visitiamo non c’è assolutamente nessuno e questo sarà un leit motiv della nostra visita: vedere edifici, moschee, musei, senza nessunissimo intorno.

L’interno della moschea di Turkmenbashi, pronta ad accogliere 10.000 fedeli (ma non ce n’è nemmeno uno)
Turkmenbashi, oltre alla moschea, si è costruito un mausoleo, con la sua tomba di marmo nera circondata da quella della madre e dei fratelli in bianco candido e una statua che ricorda come siano morti a causa del terremoto del 1948 che ha raso al suolo la città, e diverse statue, in oro, una delle quali si trova in cima al Monumento alla Neutralità e girava su se stessa con il movimento del sole (anche questa ora è ferma, come il libro).
Turkmenbashi è morto nel 2006 a lui è succeduto il suo dentista, Gurbanguly Berdimuhamedow, che ha abdicato nel 2022 in favore di suo figlio Serdar, che ti saluta da innumerevoli fotografie sparse per tutta la città.
Stranezze della dittatura
Alcune delle stranezze che aveva introdotto Turkmenbashi sono state eliminate dal nuovo presidente e dal figlio che l’ha seguito: il circo, l’opera e la danza sono stati reintrodotti, la scuola dell’obbligo è stata riportata a 10 anni (era stata portata a nove con l’idea di portarla poi a sette), le pensioni sono state di nuovo elargite, i mesi e i giorni hanno avuto indietro i loro nomi. Ma Sardar, attuale presidente, resta un dittatore bizzarro. Non si può fotografare il palazzo presidenziale, davanti al quale le strisce pedonali e le linee di mezzeria sono illuminate (altrove sono “semplicemente” lavate con acqua e sapone), non si può andare troppo in giro e men che meno con la macchina fotografica, pena l’allontanamento da parte delle persone – le uniche, tantissime, che puliscono i quattro milioni di lastre di marmo di Carrara che formano la città. Ashgabat è così pulita che potresti sdraiarti e mangiare per terra.
Ashgabat, la città fantasma
Il risultato è che Ashgabat è una città fantasma: pochissima gente in giro, qualche auto, tutte rigorosamente bianche (non si può avere un’auto di un altro colore), solo donne vestite in abito tradizionale e con un fazzoletto a fiori che copre metà testa che puliscono e strappano erbacce.
Le donne
Le donne, altro tema interessante. Possono studiare e lavorare (eredità dell’Unione Sovietica) ma devono indossare il vestito tradizionale rosso se sono universitarie o verde se sono al liceo, devono avere i capelli lunghi divisi in due trecce, possono fare la patente ma non prima dei 35 anni (e anche dopo non è facile). Meglio quindi se portano avanti la tradizione delle donne turkmene, fare figli e stare a casa ad occuparsene. Niente trucco, niente punturine, niente botox. Tanto sono belle così. E in effetti possono essere carine, a differenza degli uomini che invece non sono un granché.
Questa insistenza sul mantenimento delle tradizioni turkmene, che cozza un po’ con l’anelito alla modernità che lo stato dice di avere, fa un po’ sorridere, ma solo perché sappiamo che saliremo su un aereo e torneremo ai nostri Paesi. Gurbanguly, il precedente presidente, ha stabilito che durante i matrimoni si cantino solo canzoni turkmene, possibilmente le sue (è anche cantante, oltre che sportivo indefesso). Suo figlio, l’attuale presidente, non obietta.
Oltre Ashgabat
Nonostante le stranezze, il Turkmenistan ha qualcosa da mostrare: oltre alla capitale Ashgabat, che di per sé è un’attrazione, si guida per qualche ora in direzione del Mar Caspio e si arriva, dopo 260 chilometri da percorrere lentamente, a Darvaza, che è diventata suo malgrado un polo di attrazione. È qui che si trova la Porta dell’Inferno, un cratere che i russi hanno maldestramente creato con un’esplosione, dal quale si sprigiona un fuoco che brucia dal 1971, senza una spiegazione logica. Gli stessi scienziati credevano che il fuoco si sarebbe estinto in pochi giorni. Intorno c’è un forte odore di gas, che si sprigiona dalla terra. Il Turkmenistan è il quarto paese produttore di gas naturale al mondo ed è da lì che arriva la sua ricchezza, che non finisce certo nelle mani della popolazione.
Il cratere è affascinante, soprattutto di notte, anche se è il risultato di un disastro ecologico. Si dorme nelle yurta del vicino campo, adattandosi un po’, con materassi durissimi e bagni in comune non esattamente confortevoli.
Poco distante c’è il Canyon di Yangykala, bellissimo e straniante, bianco, giallo e rosa, un tempo tutta acqua (a riprova di questo se guardi per terra trovi numerose conchiglie incastrate nella pietra).
Sempre in quella direzione si trova il villaggio di Nokhur, dove puoi avere un’idea di come vive la popolazione al di fuori di Ashgabat. L’unica cosa veramente degna di nota di questo villaggetto è il cimitero locale, dove le tombe sono decorate con le corna delle capre, simbolo di forza. Non si potrebbe entrare ma noi lo abbiamo fatto e per una volta non siamo stati cacciati via.
Nisa e Merv
Oltre alla porta dell’inferno ci sono due realtà che possono essere visitate, sono il paradiso degli archeologi e l’Unosco vi ha apposto il suo sigillo: la città di Nisa, a pochi chilometri da Ashgabat, e l’antica Merv, oggi Mary, città iraniana esistente dal 3zo millennio D.C. e sulla via della Seta, solo parzialmente scavata, patrimonio Unesco e distrutta poi dai Mongoli. Mentre a Nisa c’è poco da vedere e molto da immaginare (ma i reperti più belli li si trova al Museo Nazionale di Ashgabat), Merv mantiene edifici a scanalature di grande pregio.
Si torna ad Ashgabat, agli edifici ricchissimi dai quali non entra e non esce nessuno. Qualcuno dice che sono solo facciate vuote, che dentro non ci siano nemmeno le stanze. E può anche essere, perché le finestre sono tutte a specchio e quindi dentro non si vede niente. Meno che mai gente che vi abita.
Si girella un po’ intorno agli impianti sportivi, alla piscina, all’ippodromo con un’enorme testa di cavallo in marmo, si viene cacciati nonostante intorno non ci sia anima viva, e si prende la strada per l’aeroporto, a forma di falco, ovviamente di marmo bianco.
Fino a quando non si è seduti nel proprio posto sull’aereo un’ombra di timore di non tornare c’è.
P:S. Non ho potuto linkare niente, tranne Italian Travel Press, perché ovviamente non c’è internet, non ci sono i social, non c’è whatsapp. Sennò che dittatura sarebbe?






