Tibet

Guida al Tibet, tra burro di yak e cellulari

Appena si atterra, la luce sorprende con luminosità inconsueta. In treno la sua percezione è graduale e ciò lo rende un mezzo di trasporto preferibile per evitare disagi nell’adattamento; in aereo però l’effetto è immediato. Si scende, si respira con qualche timore per via dell’altezza e poi lo sguardo inizia a spaziare tra le montagne che si distendono ovunque nell’azzurro del cielo attraversato dalle nuvole.
Lhasa, come ormai gran parte del Tibet, ha acquisito gli aspetti peculiari delle città cinesi: traffico caotico ed estrema commercializzazione, eppure non è stata del tutto cancellata la traccia della civiltà autoctona: lunghe vesti femminili, grembiuli a righe, abiti tradizionali così come capelli decorati con trecce colorate, nastri, perle, turchesi e corallo sono una visione consueta; è tuttavia la religiosità l’aspetto più evidente e la “circolarità” ne è una delle manifestazioni: la preghiera si esplica nella rotazione di cilindri mobili, presenti nei templi e attorno ai luoghi sacri, oppure riprodotti in misura portatile. A tali movimenti si abbina il percorso di devozione (kora), in senso orario, attorno all’oggetto sacro. Può essere una semplice camminata, al contempo ruotando il cilindro delle preghiere, oppure una ripetuta prostrazione, con movimento circolare delle mani sul suolo e contatto della fronte a terra. Le mani vengono protette con assicelle in legno, la fronte con stoffa ed il corpo con materassini quando l’atto di prostrarsi avviene in posizione immobile.
All’interno dei luoghi di culto i pellegrini lasciano offerte in denaro, infilando banconote di poco valore ovunque, oppure aggiungono burro di yak, fuso o solido, alle lampade ad olio. Si aggirano per i templi con sacchettini in plastica, da cui spremono sacra untuosità, o con gli onnipresenti termos da cui riversano il burro già fuso; diversamente ricorrono a cucchiaini per integrare il grasso che alimenta le lampade. Il burro, unito alla farina di orzo, viene anche utilizzato per creare sculture colorate, denominate torma. Hanno una durata di circa quattro mesi ed i monaci ne sono artefici.
Yak e orzo sono cardini della civiltà tradizionale tibetana. Gli yak sono grandi animali dal lungo pelo nero, più grandi delle mucche, con cui spesso vengono spesso accoppiati, dando origine ad una razza ibrida dalle fattezze lievemente differenti. Si utilizza la carne per gustose pietanze, che nulla condividono con i sapori forti della cucina sichuanese (Cina meridionale) ed il latte per la produzione di formaggio e yogurt. Curiosa è la consuetudine di produrre “collane” di cubetti di formaggio zuccherato ed indurito da succhiare come caramelle. Il consumo di latticini è in sé un’anomalia nel panorama nutritivo asiatico, ove è piuttosto raro ed associato con il mondo occidentale. Pare inoltre che la carenza dell’enzima che consente la digestione del lattosio sia caratteristica di tali etnie e dunque spieghi l’avversione.
L’orzo è da sempre la coltura tradizionale, adatta all’altitudine ed al clima stravagante che muta repentino con significative variazioni, così come alla conformazione del territorio. Se ne ricava la pietanza tradizionale, di cui i tibetani sono tanto orgogliosi: gli tsampa, sorta di polpette di farina, amalgamate con burro di yak, consumate con un altro classico dell’alimentazione locale, il te nero con burro e sale, bevuto ovunque e raccolto in grandi termos colorati.
A Lhasa, come altrove, il pellegrinaggio dei devoti è l’aspetto più percepibile e che meglio riproduce l’essenza di una civiltà, corrosa dalla commercializzazione, eppure ancora benevola ed ingenua nei modi. In città i movimenti dei turisti sono liberi: il visto di accesso è rilasciato in contemporanea con l’emissione del biglietto aereo; nel resto del paese invece la circolazione è vincolata a rigidi permessi. E’ consueto pertanto rivolgersi ad un’agenzia locale che fornisce fuoristrada, autista e guida che garantiscono sicurezza nel caso di controlli della polizia.
Templi e palazzi, come l’imponente Potala, originaria dimora del Dalai Lama a Lhasa, sono un percorso tra immagini sacre dell’olimpo buddista, scolpite in legno, stucco, bronzo, decorate con pietre preziose e tessuti, attributi e colori specifici che consentano l’identificazione certa della divinità benevola o maligna che sia. L’iconografia è meticolosa e nulla è lasciato alla fantasia o all’arbitrio individuale, diversamente non si può sperare di evocare l’effettiva presenza del dio, nella statua e nell’effige che lo riproducono, seppure solo nell’attimo transeunte del rito in quanto tra dimensione terrena e divina permane una netta divaricazione.
I Mandala sono una delle espressioni topiche della religiosità autoctona e rappresentano, attraverso un complesso dispiegamento di simboli, l’universo inteso come mondo fisico e psichico – ovvero coscienza cosmica – al contempo. Possono essere dipinti, tracciati con polvere colorata oppure riprodotti in costruzioni architettoniche.
Nei luoghi di devozione, Potala, Jokhang, monasteri (Sera, Gyantse, Reting, Samye, Drepung, ecc.), la folla dei pellegrini, famiglie con bambini ed anziani al seguito, trascorre orante davanti alle statue, così maestose da generare sgomento anche ai profani. I monaci assistono (assiti), sistemano le offerte e le lampade a olio, pregano o leggono i testi sacri. Cellulari ed altri strumenti informatici hanno tuttavia fatto il loro ingresso anche nei sacri recinti.
In genere le condizioni di vita sono ancora molto primitive e legate all’attività rurale. E’ frequente l’uso del trasporto con animali ed ancora perdura il nomadismo. Nel percorso verso il lago Namtso, ove si raggiungono gli oltre 5.000 metri di altezza, gli accampamenti di tende sono una visione consueta tra le distese erbose circondate dai rilievi montuosi. Immagini viste solo nei documentari divengono in quei luoghi una realtà effettiva. In occasione di feste campestri, poi, è tutto uno sfoggio di vesti tradizionali, monili in turchese o corallo, elaborati decori in argento applicati agli abiti, ai capelli.
Nei centri di turismo tradizionale, esistono ormai, quasi sempre, strutture di accoglienza adeguate. In certe località il disagio della mancanza di acqua corrente per l’igiene personale (cui si supplisce con termos), di bagni decenti – seppure comuni – , di riscaldamento o attrezzature per dormire, nonché, addirittura di stanze individuali, è una realtà cui si deve essere pronti prima di affrontare il viaggio. Sacco a pelo, scorte consistenti di acqua, nonché di vettovaglie di emergenza, sono consigliati.
Nel tragitto è altresì possibile incontrare condizioni stradali non sempre ottimali, soprattutto quando il tempo atmosferico non è favorevole.
Eppure ogni disagio è trascurabile dinanzi allo stupore che suscitano la natura, tali montagne e distese erbose, consuetudini di vita così lontane dalla nostra realtà.

di Paola Dentone




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