Sarà che Susie Boyt l’ha dimostrata fin da piccola, ma una sensibilità emotiva così evidente non è da tutti. “Gli adulti mi hanno sempre visto più matura della mia età. Forse è per questo che sono abituata ad ascoltare e a dare consigli agli altri”, ammette l’autrice britannica, figlia del pittore Lucian Freud e pronipote di Sigmund Freud. Dice di essersi “salvata” da queste ascendenze ingombranti grazie alla scrittura. Ha pubblicato sei romanzi, ha curato una nuova edizione di The Turn of the Screw (Il giro di vite) di Henry James, collabora con il Financial Times ed è regista presso l’Hampstead Theatre di Londra. Ma è anche una lettrice forte: “Sono cresciuta molto sola. I miei non si parlavano. Ho trovato le risposte alle mie domande e ai miei problemi nelle pagine dei romanzi”. La letteratura l’ha sostenuta, un po’ come le è successo con Judy Garland, eroina della sua infanzia dopo che la vide sul grande schermo a soli 4 anni. “Ricordo molta emozione e una forte empatia, da allora lei è stata una guida per me”, racconta l’autrice, tanto che le ha dedicato My Judy Garland Life, dove fonde la biografia dell’attrice con i suoi vissuti personali. Un memoir di successo, finalista al Pen/Ackerley Prize e da cui è stata tratta una serie radiofonica per BBC Radio 4.
Al Salone del Libro di Torino ha presentato il suo nuovo romanzo, Ti voglio bene, mi manchi (Loved and missed, tradotto da Ilaria Dagnini Brey). Si tratta di una storia famigliare complessa in cui Boyt si immerge, senza sconti, all’interno di dinamiche fortemente conflittuali intorno alla maternità, offrendo però delle vie d’uscita.
Lei è cresciuta con i principi del tough loving (amore severo), un approccio educativo secondo cui un figlio merita un’educazione che lo responsabilizzi molto presto, con poche consolazioni e molta indipendenza per il suo bene futuro. Un approccio che però lei sembra tradire nel romanzo, dove vincono dedizione e compassione verso chi è più fragile. Boyt declina l’amore materno in un intreccio di dolore, solitudine, assenza e rifiuto, senza cancellare il coraggio di chi non si arrende e attimi di timida felicità. Ruth, Eleonor e Lily sono unite da legami di sangue che però hanno subito drammatiche lacerazioni. Ruth, insegnante di inglese e madre single, ha tirato su da sola Eleanor che è scivolata nella dipendenza appena tredicenne, in un crescendo di odio e disprezzo per la madre. La figlia non accetta il suo amore, ma la madre sa che lo merita ugualmente. Infatti, quando Eleonor ha una figlia, Lily, Ruth si sostituisce alla figlia e cresce la nipotina. Tra un rifiuto della maternità e una maternità non biologica, Susie Boyt racconta “la possibilità di dare amore in un altro modo”. Il dramma della figlia resta a margine, non è questo il cuore della storia, che ci risparmia anche tanti luoghi comuni sulla tossicodipendenza. “Ruth conosce bene l’amore non corrisposto perché Eleanor se n’è andata di casa molto presto e non accetta di vederla, se non in qualche sporadico incontro sulla panchina di un parco”, racconta l’autrice. Eppure Ruth non pretende nulla dalla figlia, non si aspetta alcuna riconoscenza, non la giudica, non le dà ultimatum rispetto alla droga. “Cerca solo di attenuare la sua tossicodipendenza amando la piccola Lily, così crea un bilanciamento, una compensazione affettiva verso un altro oggetto d’amore”, conclude Boyt che ricorda quanto la famiglia contemporanea sia fatta di un tessuto sfilacciato in cui, a volte, si inseriscono intrecci inattesi e riparativi che fanno intravvedere un orizzonte di speranza, nonostante le vulnerabilità di ciascuno.
