Sesto_San_Giovanni_Carroponte

Sesto San Giovanni, la piccola Manchester che tanto piccola non è

Il primo pezzo della rubrica ‘Viaggi da Fermi’ lo dedico a Sesto San Giovanni; ci sono vissuta gomito a gomito per tanti anni senza mai scoprire niente della sua storia, fatta di un mondo che non c’è più e, forse, uno che deve ancora cominciare.

Dovrò chiedere scusa per questa mancanza, ma io che i Campari – quelli del Campari  che abbondantemente e felicemente consumo nel mio spritz – fossero di Sesto San Giovanni proprio non lo sapevo. Invece è cosí. La cittadona alle porte di Milano, la settima più popolosa della Lombardia,  ho scoperto avere molto da raccontare. Ha una storia di operai, scioperi, lotte di classe, grandi aziende e grandi famiglie, abbandono e degrado, e attesa di una rinascita che potrebbe arrivare ma chissà.

I Campari, dicevamo. La loro casa, una villa neoclassica nobiliare del XIX secolo, era conosciuta come Casa Alta. I primi proprietari, con un gesto un po’ megalomane, collocarono ai lati della villa, verso il parco, i busti in marmo dei tredici imperatori romani che governarono su Roma e Bisanzio. Poi arrivano i Campari appunto, Davide e Guido, che usarno il parco per la loro fabbrica di liquori (e probabilmente eliminarono gli imperatori).

Oggi che la Sesto industriale non c’è più, Villa Campari, ristrutturata completamente dall’archistar Mario Botta insieme all’architetto sestese Gianluca Marzorati, è diventata un ristorante, elegante senza essere eccessivo, dove ti senti bene,  i camerieri sono sempre pronti ma non ti soffocano, il cibo è raffinato ma non pretenzioso. Mentre mangiavo il mio risotto alla milanese con riduzione di Campari (interessante, un po’ amaro un po’ dolce) pensavo che se il regista Luca Guadagnino vedesse questo posto ci girerebbe un film tipo ‘I am Love’ (che infatti era girato quasi interamente in un’altra villa appartenuta a una famiglia milanese, Villa Necchi).

villa-campari-sesto

Ma torniamo a Sesto. Si chiama cosí perché è distante sei miglia da Milano e si trovava quindi sul sesta pietra miliare della strada romana che collegava Milano e Monza. I milanesi, che vanno sempre di fretta anche quando parlano, tralasciano volentieri il San Giovanni e la chiamano solo Sesto. Durante la Seconda Guerra Mondiale fu teatro di lotte di resistenza e proprio per il contributo dei propri concittadini venne insignita di una Medaglia d’Oro al Valor Militare per la guerra di liberazione.

Gente tosta e combattiva, i sestesi. Che negli anni del boom industriale continuò a combattere a suon di scioperi e cortei per i diritti del lavoratori. Non è un caso che i giornali, in tempi che sembrano ormai lontanissimi, la chiamavano la Stalingrado d’Italia per via della concentrazione di fabbriche e di operai molto decisi a votare Partito Comunista, ma anche Piccola Manchester, per via della notevole presenza di industrie pesanti, come la Falk, la Breda, l’Ansaldo e la Magneti Marelli.

Proprio in onore di queste industrie –  che negli anni ’70, a detta degli abitanti, rendevano il cielo di Sesto colorato di rosso –  l’edificio che ospita il municipio è stato modellato come un altoforno dall’architetto Piero Bottoni, lo stesso che ha ideato il Monumento alla Resistenza.

John Foot (professore all’università di Bristol e specialista in cose italiane, che vivendo a Londra ho conosciuto e ascoltato in diverse occasioni) ha scritto nel 2011 un bell’articolo raccontando per Internazionale la storia della città.

Ed è curioso scoprire che nella Stalingrado d’Italia ci siano tante ville nobiliari, ora più o meno destinate a edifici pubblici o privati. Villa Visconti d’Aragona, che ospitò anche una filanda, è oggi sede della biblioteca comunale. Villa Pelucca, oggi casa di riposo, ospitava affreschi di Bernardino Luini che oggi sono sparsi tra Brera, la Wallace Collection di Londra e il Louvre.

Dove c’era la Breda oggi c’è il Parco Archeologico Industriale, con quello che rimane di un passato industriale glorioso e controverso: un enorme carroponte, un maglio a vapore, un carro lingottiera e il MIL (Museo dell’Industria e del Lavoro). Sul cosiddetto Muro Parlante, un muro di corten tra la locomotiva e il carro ferroviario, sono incise de date e gli avvenimenti più significativi della storia sestese.

 

 

 




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