Artista straniera, di famiglia ebraica e compagna di un celebre collega maschio: nonostante tutte queste penalizzazioni, Antonietta Raphael è stata una pittrice e scultrice formidabile, capace di innovare nella pittura e di decidere di ricominciare da capo dedicandosi alla scultura per non entrare in competizione con il famoso marito Mario Mafai. Una mostra al Casino dei Principi di Villa Torlonia, a Roma, Mario Mafai e Antonietta Raphaël. Un’altra forma di amore, evidenzia le difficoltà affrontate dall’artista nel suo lavoro al fianco di un compagno ingombrante, per quanto amatissimo, come dimostrano i numerosi ritratti, oltre che padre delle tre figlie nate fra il 1926 e il 1930. Miriam, Simona e Giulia, sarebbero diventate per diversi aspetti altrettante protagoniste della storia politica e culturale nell’Italia del dopoguerra.

Alcune opere di Antonietta Raphael

Photo @Francesca Venturi

Le difficoltà incontrate dalla madre sono invece di carattere storico oltre che legate alla rivalità con il marito: il ruolo marginale delle donne nella società e nella cultura dell’epoca, e le leggi razziali che costringono la lituana Antonietta, giunta a Roma negli anni ’20, a nascondersi lontano dalla capitale con le figlie. Mentre Mafai si afferma fin da giovane come artista importantissimo del ‘900 italiano, la talentuosa moglie stenta a essere riconosciuta al di fuori dei circoli artistici ristretti nei quali opera e dovrà aspettare la fine degli anni ’50 per ottenere la giusta fama. Pure, Antonietta Raphael era stata fin da giovanissima un’artista completa: precoce e talentuosa pianista a Londra e Parigi, avrebbe mantenuto anche nella sua “seconda vita” italiana la passione per la musica, condividendola con Mafai attraverso la scelta frequente di soggetti musicali per le rispettive opere. Durante i primi anni romani, è a casa Mafai che i due artisti, assieme a Gino Bonichi in arte Scipione, fondano la cosiddetta “Scuola di via Cavour”, proprio grazie al ruolo di stimolatrice culturale e pittorica della giovane Raphael, capace di superare la vecchia impostazione ottocentesca sulla tavolozza e nella scelta dei soggetti. Alla fine degli anni ’20, nell’atelier e nella terrazza del palazzo umbertino di via Cavour 325, che pochi anni dopo verrà sacrificato dal regime alla creazione della via dell’Impero, ora via dei Fori imperiali, il sodalizio porta la coppia a seguire percorsi artistici affini ma con esiti diversi. E se Mafai raggiunge una fama che si confermerà anche nel dopoguerra, Raphael continuerà la sua attività in solitudine, fino a un tardivo riconoscimento del suo ruolo di esuberante innovatrice dell’arte solo molti anni dopo, a partire dalle sue originalissime sculture. L’artista minuta, i capelli raccolti, il sorriso luminoso e il pennello in mano nel suo atelier romano, parla di sè alla fine degli anni ‘60 in una bella intervista visibile al Casino dei Principi. Colpisce che in un altro filmato, di qualche anno successivo, le sue tre figlie, accomunate dal lavoro per il riconoscimento dei diritti delle donne, parlino invece solo del padre.