L’ex Mattatoio di Roma, nel quartiere Testaccio, è uno dei più significativi esempi di rigenerazione urbana e culturale della capitale. Nato come grande complesso industriale dedicato alla macellazione e alla distribuzione delle carni, questo spazio ha attraversato oltre un secolo di trasformazioni fino a diventare un importante centro per l’arte contemporanea e la fotografia.

Il Mattatoio fu progettato alla fine dell’Ottocento dall’architetto Gioacchino Ersoch e inaugurato nel 1888 in un’area allora periferica, ai piedi del Monte dei Cocci (un luogo di per sè bellissimo, una montagnetta fatta di cocci di anfore romane) Il complesso occupava una superficie di circa 105.000 metri quadrati ed era composto da numerosi padiglioni specializzati nelle diverse fasi della lavorazione della carne. L’attività cessò nel 1975, quando il macello fu definitivamente dismesso, lasciando un patrimonio di archeologia industriale che rimase lì, in attesa di una nuova funzione.

A partire dagli anni Duemila il complesso è stato progressivamente recuperato e destinato ad attività culturali. Alcuni padiglioni sono stati assegnati all’Università Roma Tre, mentre altri sono diventati spazi espositivi, laboratori artistici e luoghi per eventi. Il progetto di riqualificazione più recente mira a trasformare l’intera area nella cosiddetta “Città delle Arti”, uno dei più grandi poli culturali europei, sostenuto da investimenti pubblici e fondi del PNRR.

Uno dei tasselli più importanti di questa trasformazione è l’apertura, nel gennaio 2026 (quindi l’altro ieri) del primo Centro pubblico della Fotografia di Roma, ospitato nel padiglione 9D dell’ex macello. La nuova struttura, di circa 1.500 metri quadrati distribuiti su due livelli, comprende spazi espositivi modulari, una biblioteca specializzata e sale dedicate a eventi e attività di ricerca. L’obiettivo è creare un punto di riferimento per la fotografia contemporanea.

Un nuovo centro dedicato alla fotografia

Le mostre inaugurali del centro delineano fin da subito la vocazione internazionale e allo stesso tempo sperimentale del progetto. Da un lato, la grande retrospettiva “Irving Penn. Photographs 1939–2007”, realizzata in collaborazione con la Maison Européenne de la Photographie di Parigi. L’esposizione raccoglie oltre cento immagini che attraversano quasi settant’anni di attività del fotografo statunitense, uno dei protagonisti assoluti della fotografia del Novecento. Penn è noto per aver rivoluzionato il ritratto, la fotografia di moda e la natura morta con uno stile essenziale, caratterizzato da composizioni rigorose e da un uso sofisticato della luce. Le sue immagini – dai ritratti di artisti e celebrità alle celebri fotografie per “Vogue” – mostrano un equilibrio tra eleganza formale e profondità psicologica.

Accanto a questo percorso storico, il centro propone la mostra “C’è un tempo e un luogo” dell’artista italiana Silvia Camporesi, curata da Federica Muzzarelli. Il progetto raccoglie una selezione di lavori che riflettono sui temi del paesaggio, della memoria e dell’identità dei luoghi. Nella ricerca di Camporesi la fotografia diventa uno strumento di indagine narrativa: le immagini non si limitano a documentare gli spazi, ma ne evocano le stratificazioni temporali, suggerendo storie e presenze invisibili. I suoi lavori, spesso sospesi tra realtà e immaginazione, costruiscono scenari in cui il tempo sembra dilatarsi e trasformarsi in materia visiva.

Il dialogo tra le due mostre inaugura simbolicamente il nuovo centro: da una parte la grande tradizione della fotografia internazionale, rappresentata da Penn, dall’altra una ricerca contemporanea che esplora il rapporto tra immagine, territorio e memoria. Questa compresenza di linguaggi e generazioni riflette l’ambizione del progetto: trasformare l’ex Mattatoio non solo in uno spazio espositivo, ma in un luogo di produzione culturale e di confronto tra diverse visioni della fotografia.

Così, dove un tempo si svolgeva un’attività industriale legata alla vita quotidiana della città, oggi si costruisce un nuovo paesaggio culturale. L’ex Mattatoio di Testaccio diventa un simbolo di come l’archeologia industriale possa essere reinterpretata attraverso l’arte, trasformando un luogo della produzione materiale in uno spazio dedicato alla produzione di immagini, idee e memoria collettiva.

Un cocktail al Monte dei Cocci

A poca distanza dal Mattatoio c’è un posto straordinario, per una milanese che non lo conosceva: il Monte dei Cocci, una montagnetta artificiale fatta da 80 milaioni di cocci di anfore romane, buttate via tra il 2 e il 3 secolo DC. Parte del Monte dei Cocci è inglobato nella parete di un cocktail bar che si chiama Angelineria, perfetto per riprendersi dalle fatiche del Mattatoio.