Maternal film

Il difficile lavoro della madre

La maternità si impara. Sembra questo il tema di fondo di Maternal, il film di Maura Delpero, giovane regista italiana che gira e vive tra Italia e Argentina, presentato al London Film Festival. Storia di due madri adolescenti e di un hogar, una casa per ragazze madri gestita da suore tra cui una, suor Paola, si sente investita da un amore materno inaspettato.

Come nasce l’idea del film?
L’idea nasce da me, dal mio essere donna, dal mio farmi domande sulla maternità, e dall’idea di dare voce alla complessità della maternità. Nella cultura latina l’idea della madre è legata a un’idea di perfezione. La madre deve essere sempre perfetta, e sempre felice di esserlo. Confessarne le difficoltà è quasi un tabu. Io invece credo che sia un evento rivoluzionario e magico ma che allo stesso tempo porta a dei conflitti interiori molto grandi.

Le donne del film vivono una maternità difficile.
Io ho intervistato molte donne che e anche nelle situazioni più armoniose hanno conflitti, dubbi e paure, di cui fanno fatica a parlare. Io lavoro da tanti anni con gli adolescenti e ho voluto mettere la mia esperienza nel film. Ho lavorato a lungo in hogares come quello del film, che in Argentina (Maura Delpero vive tra l’Italia e l’Argentina, ndr) sono molto diffusi perché l’aborto è illegale, praticato clandestinamente da quelle classi sociali che non possono permettersi le cliniche private, carissime.

Come mai l’hogar del film è fatto da religiose italiane?
Ho voluto ispirarmi a un hogar che esiste veramente, fondato da suore piemontesi. Mi affascinava il fatto che le suore venissero da lontano, che avessero attraversato l’oceano per andare in un paese di cui non conoscevano la lingua e si trovassero alle prese con qualcosa che ugualmente non conoscevano, come la maternità.

Alla fine nessuna riesce a compiere la sua maternità appieno.
Le tre donne del film si incontrano e cambiano il modo di vedere la maternità. Non sappiamo se la figlia verrà tolta alla madre ribelle, se la suora riuscirà a tenerla, o cosa sarà dell’altra madre. Ma sappiamo questa esperienza le ha cambiate.

Il tuo film sarebbe stato uguale se fosse girato in Italia?
Non credo. In Italia non ci sono tante strutture come quella dell’hogar, uno spazio isolato e chiuso, quasi una prigione.

Nel tuo film non c’è un personaggio maschile, a parte il bambino.
È il secondo film che faccio senza uomini, perché gli uomini in questa storia non c’entrano. Le ragazze madri spesso rimangono incinte a causa di violenze, oppure hanno compagni della loro età che difficilmente si prendono la responsabilità di una gravidanza. Comunque pareggio i conti: la maggioranza dei film sono fatti, scritti, diretti e interpretati da uomini.

Il film è stato accolto benissimo al Festival di Locarno e hanno parlato di te come una regista dal futuro brillante. Hai già il prossimo film in programma?
No, questo film mi ha veramente prosciugata da tutti i punti di vista. È stato difficile trovare i soldi per farlo e lavorare con attori non professionisti. Ora ho bisogno di un momento di stacco. Sono arrivata come un naufrago sulla spiaggia. Ora riprendo fiato e ricarico le batterie.




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