L’inizio del viaggio non è un granchè. Il volo Royal Air Maroc (che inaugura un Verona-Casablanca) parte puntuale da Milano ma va alla velocità della lumaca e arriva a Casablanca con 40′ di ritardo. La coincidenza per Errachidia non ci aspetta e parte senza di noi. Royal Air Maroc non si scompone (anche perché sembra che i ritardi siano comuni): ci offre un pernottamento in un hotel niente male vicino all’aeroporto e due pasti, che non utilizzeremo. C’è un solo volo al giorno per Errachidia e dobbiamo aspettare quello del giorno dopo, che parte alle 23.

Abbiamo da uccidere (come dicono gli inglesi) una giornata intera a Casablanca, che non è esattamente la città più bella del Marocco. Ma riusciamo lo stesso a fare un po’ di shopping nel souk Habous, vicino al Palais Royal, che si intravede soltanto ma non ci si può avvicinare troppo. E riusciamo a pranzare in un ristorantino che non sembra troppo turistico (ma probabilmente lo è, solo che lo è in maniera intelligente) mangiando la prima di innumerevoli tagines.

La facciata del Rick's Cafè

Costruito per somigliare a quello del film Casablanca, che non è mai esistito

Uno sguardo esterno alla moschea dedicata ad Hassan II, enorme, costruita da poco, affacciata sul mare, uno sguardo al Rick’s Cafè, ricostruito per somigliare al caffè del film Casablanca (che non esiste) e bisogna tornare in aeroporto per prendere il famoso volo per Errachidia.

La moschea Hassan II di Casablanca

Enorme, affacciata sul mare, maestosa. E moderna

Si arriva molto tardi al riad che ci ospita e si parte abbastanza presto per Rissani. Qui tre volte alla settimana si tiene un mercato piuttosto grande, che attira compratori e venditori locali, con pochissime consessioni al turismo. Non voglio comprare una pecora o una mucca, mi accontento del tè di dattero, ma comoprerei tutto nella parte dei fabbri.

Il mercato di Rissani

La zona dei fabbri è quella che più mi ha attirato

Il deserto berbero (ho scritto “berbero” e non “marocchino” perché qui i berberi hanno un alfabeto e un linguaggio distinti dal resto del Marocco che parla arabo) è deserto nero, vulcanico.

Il deserto nero del Marocco

Il deserto nero del Marocco

In lontananza si vedono le dune di Merzouga e, di là, a una manciata di chilometri, l’Algeria. Se sei cinefila ricorderai che Kit, interpretata da Debra Winger nel Tè nel deserto di Bernardo Bertolucci, vaga nel deserto disorientata dopo la morte del marito Port per febbre tifoidea (interpretato da John Malkovich) e incontra un berbero, (il ballerino Eric Vu An) al quale si concede prima di fuggire nuovamente verso la civiltà. Il film è stato girato proprio qui, anche se nessuno te lo ricorda. È un film magnifico e molto suggestivo che ti consiglio di vedere o rivedere sulla piattaforma Amazon Prime.

Le dune di Merzouga

Il deserto più affascinante è quello di dune, che cambia colore a seconda dell’ora

Questo un tempo era protettorato francese. Fino a che il re cancellò tutti i riferimenti francesi, cosa che continua a fare l’attuale monarca, Mohammed VI, che ti guarda da tantissime foto piazzate ovunque.  Ci sono i vecchi csar, alcuni abbandonati alla sabbia, in villaggi piccoli e semideserti, come Haroune. Non tutti, però, sono lasciati al morso della sabbia. Alcuni pulsano di vita. Ho dormito in uno csar ristrutturato e trasformato in piccolo hotel per volere di Ahmed Benamar Moustache, appassionato della cultura della sua terra nonostante viva a Barcellona da molti anni, che all’interno, grazie a fondi spagnoli e soldi locali, ha anche aperto un piccolo e interessante museo della cultura berbera.

Vecchio csar abbandonato

La sabbia invade i vecchi csar dove un tempo vivevano i minatori

 

Csar El Khorbat

Qui è tutto magnifico e rispettoso dell’ambiente

La zona è ricca di minerali e fossili, alcuni a forma di guscio di tartaruga e veramente stupefacenti.
Ma è ora di pranzo e Moha ci cucina la pizza berbera mezza sotterrata nella sabbia del deserto.

Pizza berbera, chiamata Medfouna

Cuoce sotto la sabbia ed è buonissima

Poi ci porta a vedere come vivono i nomadi (molto spartanamente). Non parlano nessuna lingua che non sia il berbero, ma ci offrono il tè.

Tenda nomade

Non si può dire che i nomadi vivano negli agi

E ad ascoltare la musica gnawa a Khamlia, musica di cui si tiene un festival tutti gli anni a Essaouira.

Suonatori di musica gnawa

Alle nostre orecchie sembra tutta uguale, ma di sicuro non lo è

I giorni passano in fretta. C’è solo il tempo per un’ultima passeggiata nell’oasi di Safi Safi e poi bisogna tornare a Errachidia e da lì a Casablanca, dove veniamo attirate dalla nuova Medina e dove facciamo gli ultimi aquisti (anche perché i dinari marocchini non si possono cambiare quindi vanno spesi fino all’ultima monetina, e questa parte è particolarmente divertente).

L'Oasi di Safi Safi

Il Marocco berbero è affascinante e, per ora, non è affetto da overtourism. Considerato il numero di campi tendati (si chiamano così ma hanno bagno in camera e pavimento in cemento) che sono sorti e stanno sorgendo dappertutto i vagabondaggi di Kit e Port potrebbero rimanere un ricordo lontano. Andarci subito può essere una buona idea.

Se vuoi sapere come organizzarti, scrivimi e ti do un tour operator affidabile.

Mandria di dromedari