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Il marmo di Michelangelo

Se vuoi camminare a braccetto con Michelangelo, Rodin, Henry Moore e Joan Mirò e capire qualcosa sul marmo devi voltare le spalle al Forte dei Marmi dei calciatori e delle veline e salire sul Monte Altissimo, il più alto delle Alpi Apuane.

Michelangelo al Twiga non ci avrebbe messo piede, anche se in effetti tutta quella carne in vista avrebbe potuto servirgli da studio per qualche scultura. Avrebbe invece preferito vedere i cavatori in azione: torso nudo, braccia possenti, parlata sguaiata, mentre il filo diamantato fende la montagna staccando i blocchi di marmo come morsi di un bambino ingordo che si mette in bocca una fetta troppo grossa di torta.

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(Photo: Daniela de Rosa ©)

La cava di Michelangelo c’è ancora, si trova alle spalle di Stazzema, sulle Alpi Apuane, e dà lavoro a circa 140 persone. Nella cava Cervaiole lo scultore aveva trovato il suo marmo ideale, ‘di grana unita, omogenea, cristallina, simile allo zucchero’ come l’aveva definito. Voleva estrarne i blocchi per usarli sulla facciata della chiesa di San Lorenzo; la città di Firenze ottenne il diritto di estrarre il marmo e Michelangelo quello di usarlo a vita. I lavori di estrazione ebbero inizio, ma Papa Leone X cambiò idea dopo qualche anno, sollevò lo scultore dall’incarico di progettare la chiesa, che rimase incompiuta, e la cava venne abbandonata.

Nel 1821 Marco Borrini, imprenditore locale, la acquistò  in società con il francese Jean Baptiste Alexandre Henraux e la cava tornò a vivere. Il suo marmo venne utilizzato da Rodin, Henry Moore, per la costruzione della cattedrale di San Isacco a San Pietrburgo e, più recentemente, per costruire la moschea di Abu Dhabi.

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La facciata incompiuta della chiesa di San Lorenzo a Firenze

Una cava vive è anche una montagna che muore. Mentre salgo verso la cava trovo un camminatore dal passo molto più spedito del mio che mi spiega che ogni giorno file e file di camion trasportano blocchi di marmo verso valle. Il pregiatissimo marmo di Michelangelo viene esportato in Russia, Cina, nei Paesi Arabi e la montagna viene via a bocconi. “Un tempo ci voleva più di una settimana – mi dice – per staccare un blocco dalla montagna. Oggi con le macchine basta molto meno”.

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La cava Cervaiole prediletta da Michelangelo (photo: Daniela de Rosa ©)

Il filo diamantato penetra nella montagna al ritmo di 3-4 metri ogni ora. Ogni tanto qualcosa va storto e uno dei cilindri di metallo coperti di perline di diamante sintetico di stacca e diventa un proiettile impazzito. Oppure un blocco di marmo sfugge al controllo. Le morti tra i cavatori ci sono eccome, le ultime proprio poche settimane fa.

Il marmo bianco della cava di Michelangelo (photo: Daniela de Rosa ©)

Ma i cavatori della zona hanno il marmo nel sangue, fanno questo lavoro da generazioni, da quando era un mestiere che il figlio imparava dal padre che a sua volta l’aveva imparato dal nonno, da ben prima che le imprese straniere venissero ad acquistare i pezzi di montagna da fare a pezzi ben squadrati. Questo sanno fare e questo vogliono fare nonostante i pericoli.

Un mestiere di fatica e di poche parole. Il film ‘Il Capo’ di Iuri Ancarani, presentato al Festival del Cinema di Venezia nel 2010, lo racconta come fatto di gesti e di rumore di macchine. Poche parole, qualche bestemmia, tratti duri come il marmo che ogni giorno strappano alla montagna. Ma molto, molto più affascinante del Twiga. Da vedere prima che finisca per sempre, staccato a morsi e perduto per sempre.

 

 




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