Marilyn Monroe, la bionda più famosa di tutti i tempi, avrebbe compiuto cent’anni il primo giugno. La sua vita è invece durata solo 36 anni e il finale tragico ha contribuito alla creazione di un mito planetario. La sua fama e le sue immagini sono intatte, 64 anni dopo la morte prematura, adottate di volta in volta dalle categorie più disparate se il sex symbol dei puritani anni ’50 è diventato paradossalmente una bandiera femminista e anche queer.

Una diva intelligente

I 32 film girati nella breve carriera della star hanno prodotto e continuano a produrre fatturati milionari (equivalenti a un paio di miliardi degli attuali dollari), ma i suoi cachet non sono mai stati proporzionati e solo dopo una serie di battaglie giudiziarie la star riesce, negli ultimi mesi, ad ottenere un trattamento finanziario adeguato (anche se ancora ben lontano da quello dei suoi colleghi maschi). L’eredità di quel capitale è oggi in mano a pochi miliardari: i collezionisti privati che detengono gli effetti personali della diva e la holding finanziaria che ne gestisce tutti i diritti.

Colei che dichiarava in uno dei suoi film più famosi “posso essere intelligente se serve, ma la maggior parte degli uomini non gradisce”, ha studiato e lavorato per togliersi di dosso, senza riuscirci, l’etichetta di “bionda svampita” che il sistema patriarcale di Hollywood le aveva incollato dall’inizio della sua carriera. Una bella mostra alla Cinemathèque di Parigi mette in evidenza le qualità tecniche e artistiche dell’attrice, al di là di quello che ha rappresentato per generazioni di spettatori e fan. Come spiega la curatrice Florence Tissot, Marilyn Monroe è “ancora oggi tanto poco considerata come interprete quanto adulata come star: una delle sfide della mostra è di rimettere al centro le sue performance cinematografiche”.

 

Si è sempre pensato che i suoi ruoli si limitassero a riflettere stati emotivi reali espressi sul set, più come se si trattasse di una nevrosi e non di quella “misteriosa profondità psicologica” riconosciuta, ad esempio, agli altri attori dell’Actors Studio.  Gli uomini con cui lavorava non facevano altro che sottolineare questa sua “spontaneità”, con espressioni che all’epoca non erano considerate malevole. Oggi, rileggendole, si capisce a che punto invece hanno contribuito a sminuirne la professionalità: “Sa esattamente che effetto fa sugli uomini. Tutto qui”, dice ad esempio di lei uno dei suoi registi, Fritz Lang. “Non recita”, secondo John Huston. “In tutto quello che fa, è se stessa”, chiosa lo scrittore Arthur Miller, terzo marito della star.

Costretta a essere bionda

Con il successo dei film in cui era diretta dai registi più famosi dell’epoca, oltre a Lang e Huston anche Henry Hathaway, George Cukor, Howard Hawks, Monroe deve affrontare in giovane età l’impietoso sistema in vigore negli studios hollywoodiani, dove si avalla la narrativa di un’interprete identificata con i suoi personaggi. I numerosi spezzoni proiettati nelle sale della mostra parigina mostrano invece un’attrice espressiva e tecnicamente ineccepibile, ma anche dopo la ribellione contro i suoi datori di lavoro-proprietari, niente meno che la Twentieth Century-Fox, e il tentativo di ricominciare studiando all’Actor’s Studio di New York, le cose non cambiano molto. La giovane bellissima Marilyn resta legata, fra le altre cose, all’obbligo di schiarirsi continuamente le radici dei capelli perché mantengano quel biondo platino che l’ha resa famosa (nelle prime foto da modella degli anni ’40 la sua folta chioma ondulata è castano-rossiccia).

Marilyn Monroe

La carriera di “pin up” culmina nella famosa scena del vento che solleva l’abito di Quando la moglie è in vacanza (Billy Wilder). Proprio in quello stesso 1955,  “l’ambizione dell’attrice di affrontare ruoli più complessi – primo fra tutti quello in Fermata d’autobus (1956) di Joshua Logan – coincide con il declino della sua immagine pubblica, come se le sue aspirazioni artistiche fossero state punite. Le sue aspirazioni personali non potevano realizzarsi, tanto resistente era la sua immagine di bionda svampita. Questa tensione è la fonte di innumerevoli leggende, amplificate dalla morte improvvisa di una giovane donna ancora bellissima e dalla dispersione dei suoi beni”, conclude la curatrice. Il mito nato in quel lontano giorno del 1962 a Los Angeles è destinato a durare ancora a lungo.