Lucia Ianniello. Photo Cristiano Mazzoli

Lucia Ianniello, una trombettista jazz che fa della musica il suo antidoto al quotidiano.

Ci sono estati che possono cambiare la vita, oppure semplicemente offrono lo stimolo giusto ad affrontare grandi avventure.
Questa la storia di Lucia Ianniello, musicista e trombettista che ha da poco pubblicato il suo primo album ‘Maintenant’ con la casa di produzione inglese Slam, diventando una delle prime trombettiste donne in Italia.
Nata a Nocera Inferiore in provincia di Salerno, a pochi chilometri dagli Scavi di Pompei e dalla Costiera Amalfinata, Lucia sin dalla sua adolescenza ho sempre fatto la colazione guardando il Vesuvio dalla finestra della cucina.
Sognando in grande, si è trasferita prima a Siena per gli studi universitari e poi a Roma, dove ha iniziato a seguire la sua vera grande passione la musica.
Laureata al Conservatorio L. Refice di Frosinone, dove ha rafforzato le sue conoscenze confrontandosi con un ambiente di studi aperto alle avanguardie jazz, Lucia si è aperta al mondo musicale diventando una delle poche trombettiste jazz sul territorio italiano. “Amo ognuna di queste città consapevole delle mille contraddizioni” racconta “ma rappresentano la mia storia di donna, musicista e persona libera e non posso tacere l’affetto che nutro per esse.”
L’album, pubblicato nel giugno del 2015, nasce come progetto musicale in collaborazione con tre artisti e amici:  Diana Torti (voce), Giuseppe La Spina (chitarra) e Paolo Tombolesi (tastiere, basso e percussioni).

Come e quando nasce la tua passione per il jazz e in particolare per la tromba?
La mia passione per la musica in generale è sempre esistita. Con il tempo è diventata un’urgenza espressiva, quando cioè a causa di una grave malattia agli occhi ho dovuto riconsiderare alcuni aspetti della mia vita. Il termine jazz stesso mi sta un po’ stretto a meno che non lo utilizziamo per parlare di un linguaggio, di una ricerca in continua evoluzione e trasformazione. Mi piace pensare che la mia passione sia una specie di rifiuto alla cultura razionale occidentale, dalla Grecia classica all’illuminismo e al positivismo. Un rifiuto verso quel pensiero che non riesce ad accettare l’opera incompiuta, l’errore, il movimento continuo dell’improvvisazione, l’estrema libertà dell’esecutore nel creare oltre ciò che è scritto, la performance collettiva in rapporto diretto con il pubblico e l’ambiente, la varietà timbrica. Insomma, da compositrice “vedo” la musica come il susseguirsi di paesaggi sonori che si alternano in chiaro-scuri, linee e colori che cambiano in rapporto stretto con l’umanità che mi circonda. Ho cominciato a suonare la tromba da grande, ci sono arrivata attraverso il canto ed è stata la qualità timbrica a rapirmi. Non uso virtuosismi ma tento di costruire architetture, immagini, con un uso parsimonioso dell’elettronica.

La tromba viene spesso associata a musicisti come Louis Armstrong o Miles Davis, il che la rende uno strumento ritenuto molto maschile. Quale e’ la tua esperienza e cosa pensi del ruolo della donna nel mondo jazz?
Mi piace la lotta dura, perché non è semplice. Ma sono discorsi lunghi e complessi perché non si può fare un’analisi prescindendo da fenomeni culturali più ampi, dalla generalizzata disparità di condizioni nel mercato del lavoro tra uomo e donna. E siamo costretti quasi ad invocare le “quote rosa” nei festival e nelle rassegne jazz, così come accade nella politica. C’è tanto lavoro da fare, i cambiamenti culturali sono lenti ma avvengono. Il mondo del jazz è notoriamente assai maschilista, più di altri ambienti artistici. Bisogna però ricordare che nella cultura occidentale alla donna è stato consentito solo il ruolo di cantante e talora di esecutrice, vedi una certa presenza femminile nella musica classica, ma il ruolo creativo della composizione è stato storicamente prerogativa degli uomini. Nel jazz invece i ruoli di esecutore e compositore  sono fusi. Il musicista di jazz quando improvvisa è il creatore per eccellenza, è un compositore in tempo reale. Sarà questa capacità creatrice forse che si nega alle donne, ed è forse per questo che nel jazz c’è meno spazio per noi.

Cosa significa e come è essere una donna trombettista nel contesto musicale jazz?
Molti si stupiscono ancora nel vedermi suonare la tromba, è vero che ci sono storicamente strumenti musicali considerati più maschili o più femminili, ma non solo nel jazz. E’ difficile dare delle risposte, si possono fare ipotesi. La tromba in particolare è stata da secoli utilizzata in ambiti maschili, i trombettisti la usavano per i richiami, guidavano i plotoni militari, suonavano in cerimoniali religiosi. Nella Bibbia le trombe sono usate solo dalla casta sacerdotale in funzione militare, sociale e religiosa. Con la tromba si impartivano ordini, segnali e messaggi. Il suono potente e penetrante era apprezzato nei tornei, nelle cerimonie dei Cavalieri, nelle battaglie. Inoltre, con Platone e poi con la filosofia cristiana si teorizza la separazione tra corpo e anima, si rifugge la fisicità per rincorrere un ideale di purezza e di santità. Possiamo ipotizzare forse che l’atto del suonare la tromba coinvolga troppo il corpo, soprattutto nei virtuosismi che richiedono un grande impegno muscolare, da renderla inaccettabile per una donna. Ma sono ipotesi.
Pe fortuna le cose cambiano, in Italia aumentano le donne che suonano questo strumento anche se rimangano ancora confinate nelle fila delle bande o nelle sezioni orchestrali. Io stessa non conosco un’altra collega trombettista in Italia, nel mio ambito musicale, che abbia pubblicato un lavoro discografico a proprio nome. E se cercassimo nel jazz più sperimentale il cerchio si restringerebbe ancora di più. L’originalità richiede ancora una maggiore dose di resistenza! Ad ogni modo penso che la bravura, la raffinatezza e la dinamicità delle jazziste, che stanno aumentando nel panorama europeo e americano, sia una ventata di novità che condizionerà positivamente l’intero settore e concorrerà ad accelerare il cambiamento.

Effettivamente sono poche le donne trombettiste famose, una delle prime e’ stata negli anni 30 Valaida Snow, chiamata “Little Louis”, per assonanza col maestro Armstrong. Quali sono i tuoi modelli di riferimento?
Valaida Snow è una figura di grande rilievo che ha sicuramente scontato sulla sua carriera il fatto di essere donna. Come se la donna non potesse esprimere in prima persona la sua identità ma dovesse essere sempre “la costola di Adamo”, “la moglie o la figlia di…”, “la piccola Louis”. Ricordiamo anche Clora Bryant, una straordinaria trombettista solista negli anni ’50 e ’60 oppure l’attualissima Ingrid Jensen. Ma devo confessare che la trombettista che ha avuto un certo ascendente su di me è stata la britannica Alison Balsom, musicista classica, almeno per quel che riguarda il suono e la naturalezza dell’emissione. Stilisticamente un punto di riferimento per la mia musica sono stati di sicuro Jon Hassell, Nils Petter Molvær e Tomasz Stanko.

Raccontaci invece come nasce l’idea di ‘Maintenant‘ e perché questo titolo?

E’ il primo brano, della durata di 11 minuti circa, a dare il titolo all’album. “Maintenant” è una mia composizione di diversi anni fa che scrissi di getto in un giorno di fine estate, quando in prospettiva della ripresa di tutti gli impegni ebbi la certezza interiore che fosse giunto il momento per delle realizzazioni importanti. E’ un brano che ho arrangiato per diversi organici, anche per l’Orchestra del 41° Parallelo, una band tutta al femminile, con Rita Marcotulli come ospite al pianoforte, in un concerto presso l’Auditorium Parco della Musica di Roma. Evidentemente vivo l’estate come momento di cambiamento perché in quella del 2014 proposi agli splendidi musicisti con cui collaboravo in quartetto, Diana Torti, Paolo Tombolesi e Giuseppe La Spina di registrare e anche di vivere più intensamente il nostro rapporto di amicizia e musicale. E’ stata un’estate indimenticabile a cui vado spesso con la memoria per non essere sopraffatta dalla tristezza per la perdita di Giuseppe, scomparso tragicamente dopo pochi mesi. E poi sempre alla fine dell’estate, un anno dopo, è nato il disco.
Oltre alle mie composizioni, l’album racchiude un brano originale di Giuseppe, “Sicily”, non previsto in origine, con cui abbiamo voluto ricordarlo, e Inoltre, un omaggio a Horace Tapscott e alla Pan Afrikan Peoples Arkestra con tre brani del loro repertorio, riarrangiati da me.
L’idea di fondo di questo album, al di là degli aspetti stilistici e formali,  sta nel mio tentativo di privilegiare la nostra urgenza espressiva e il rapporto umano tra noi, lontano da qualsiasi forma di compiacimento. Una musica “contributiva e non competitiva”, tanto per citare Horace Tapscott. La scelta non è stata quella di partire con un’idea di organico e quindi strumentale ma di sperimentare una dialettica sul filo degli affetti. Di sicuro però c’è stata la scelta di usare la voce senza testo e di non prevedere la batteria, di lavorare per immagini e di dare ampio spazio alle improvvisazioni collettive concepite però come stratificazioni di suoni con modalità contrappuntistiche e non nelle modalità tipiche del Free Jazz.

Cos’è la musica per Lucia?
Una risposta impegnativa. Direi subitosi tratta di un’esigenza espressiva. Vivo grandi emozioni, ma anche insofferenza, quando suono così come quando scrivo una poesia, un racconto o anche quando disegno. Ma credo di non essere sincera fino in fondo perché la musica per la sua astrazione è come se avesse un maggior potere di comunicazione, come se si realizzasse a un livello più profondo dell’ inconscio.
DI sicuro per me la musica non è solo estetica ma anche e soprattutto etica. Da un punto di vista estetico, almeno in questa fase, lavoro per immagini, ambienti e paesaggi sonori un po’ visionari, con una ricerca particolare sulla qualità e semplicità melodica e sulle contrapposizioni timbriche.
Da un punto di vista etico, quando dal vivo presento il mio brano “Other” inserito nell’album, rivendico un modo diverso, altro, di intendere la musica. E allora cito El Sistema di Antonio Abreu in Venezuela, il pensiero e l’operato di Claudio Abbado o la vita e l’opera di Horace Tapscott nel ghetto afro-americano di Los Angeles. La musica come una sorta di antidoto per vivere più consapevolmente e contribuire al miglioramento della società.




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