In un momento in cui anche il mondo va in vacanza, Locarno organizza un festival del cinema in pieno agosto, un festival che quest’anno finiva addirittura il 15, giorno di Ferragosto. E non un festival qualunque. A detta di tutti il più sentito, il più garbato, il più divertente.
Dopo averci pensato per anni, quest’anno sono andata a vedere con i miei occhi. E ho trovato che era tutto vero. Più di 300 film visibili tra le varie sezioni, tante sale belle, grandi, comode, da chiedersi cosa ne ne fanno in un posto piccolino come Locarno a festival finito.
E una piazza, la Piazza Grande, che accoglie 8000 spettatori (a Locarno abitano 16.000 persone), una delle piazze cinematografiche più grandi d’Europa, con uno schermo gigante e sempre strapiena.
Nella piazza, tutte le sere alle 9.30, si proietta il film che si immagina faccia più presa sul pubblico, che risponde alla grande. Ma anche le altre sale, comprese quelle più defilate (La Sala e L’altra Sala), raggiungibili con una passeggiata sotto il sole cocente a più di 30 gradi, con un autobus (gratis per chi ha un accredito) o con la bici (sempre gratis per gli accreditati) sono pienissime, tanto che se non si arriva puntualissimi (siamo pur sempre in Svizzera) le porte si chiudono e arrivederci, gli addetti alla sala sono inflessibili.
La città è piccola e maneggevole, si arriva a piedi dappertutto. È piena di ristorantini e bar, a prezzi svizzeri ovviamente, con menu svizzeri (tanti risotti, tanto formaggio, tanta carne) e piena di gente che si capisce viene da fuori, è qui per il cinema o per una vacanzina, parla soprattutto tedesco e qualche volta italiano, anche se l’italiano ticinese dovrebbe essere la prima lingua.
Il simbolo del Festival del Cinema è il pardo, un leopardo (o ghepardo?). Il Locarno Film Festival nasce nel 1946, nel clima culturale della Svizzera del dopoguerra. Nei primi decenni il premio principale del Festival non era il Pardo: fino al 1967 veniva utilizzata la Vela d’oro, un riferimento alla città sul Lago Maggiore.
La storia del Pardo
La svolta arriva nel 1968. Il presidente del Festival, Raimondo Rezzonico, chiede allo scultore ticinese Remo Rossi di creare un nuovo trofeo. Rossi guarda allo stemma della città di Locarno, nel quale compare un animale rampante d’argento su fondo azzurro.
Ed è qui che nasce la curiosità: quell’animale, secondo l’araldica ufficiale, è un leone, non un leopardo. La stessa Città di Locarno oggi precisa che chiamarlo “pardo” è storicamente un errore, anche se dagli anni Cinquanta questa denominazione si era diffusa.
Rossi trasformò però quell’ambiguità in un nuovo simbolo: un leopardo, il “Pardo”, che nel 1968 sostituì la Vela come trofeo principale del Festival. Da allora il premio è diventato il Pardo d’oro.
La scelta aveva anche una ragione simbolica e, probabilmente, strategica. Venezia aveva il Leone d’oro; Locarno poteva quindi distinguersi con un altro grande felino. Il Festival stesso racconta oggi questa trasformazione come il risultato dell’ambiguità tra il leone dello stemma e il “pardo” mitologico associato alla città.
Il Pardo non è quindi semplicemente un animale scelto per decorare il Festival: è il risultato della reinterpretazione di un simbolo cittadino.
Il vero salto avviene negli anni Ottanta. Nel 1982, con la direzione di David Streiff, il Festival assume progressivamente l’estetica giallo-nera leopardata che ancora oggi lo caratterizza. Il motivo maculato diventa parte integrante dell’identità visiva di Locarno e il leopardo si trasforma da semplice statuetta a vero e proprio “animale totemico” del Festival.
Tutti i negozi della città, da quello di design, alla libreria al macellaio, mettono in vetrina qualcosa di animalier, che ricordi il pardo. Tutti quelli che hanno accesso alle sale girano con il pass con cordino giallo a macchie leopardesche e tutto quello che è in vendita lo stesso. Molta gente si veste animalier o ha almeno un foulard leopardato.
In montagna
Quando i film sono finiti e la stanchezza si fa sentire, si può andare a prendere un po’ di fresco. Basta salire con la funicolare fino a Orselina, da lì prendere una funivia per Cardada e poi una seggiovia per trovarsi, in pochi minuti, a Cimetta, a più di 1600 metri, dove si respira aria di montagna e da dove si ha una vista completa del Lago Maggiore.
Al ritorno si fa una sosta per visitare la Madonna del Sasso (la funicolare ferma anche lì), una chiesetta legata alla leggenda dell’ apparizione della Vergine al frate francescano Bartolomeo Piatti d’Ivrea nel 1480, alla vigilia della festa dell’assunzione.




