In 2500 anni non è cambiato niente: gli uomini combattono e muoiono per sopraffare o per difendersi, i tiranni giustificano decisioni scellerate in nome del bene comune, i cittadini sono inclini a lasciarli fare sperando di non rimetterci troppo, e, ancora, le donne tendono a sacrificarsi per giustizia e per amore, tanto hanno poco da perdere. Ecco spiegato il successo della stagione di tragedie greche all’antico teatro di Siracusa: i testi di Sofocle, Euripide e dei loro colleghi dell’epoca sono di una attualità sconvolgente. Quello che è stato scritto 25 secoli fa sui sentimenti, le relazioni, la politica, l’umanità, è ancora valido, “tragicamente”.

Per un paio di mesi, ogni sera cinquemila persone si siedono sui gradoni vecchi di migliaia di anni ai margini della bella città della Sicilia orientale, e assistono alla magia di quelle parole così antiche ma tanto moderne. Alcesti e Antigone, le due eroine protagoniste delle rispettive tragedie di Euripide e Sofocle in programma quest’anno a Siracusa, sono da sempre degli archetipi di generosità e giustizia, sacrificio e coraggio, e continuano a commuovere il pubblico di tutte le età. Le rappresentazioni, che tradizionalmente sono programmate durante le settimane che culminano nel solstizio d’estate, cominciano quando il sole deve ancora tramontare e finiscono a notte fonda: il declino della luce è coerente con quanto accade in scena. Alcesti è una delle rarissime tragedie con un “lieto” fine oltre che la più antica fra quelle di Euripide pervenute ai giorni nostri. La regia di Filippo Dini non ha ottenuto critiche unanimi: qualche perplessità hanno suscitato in particolare alcune scelte stilistiche controverse: l’agonia di Acesti dura troppo e con molte flebo, Eracle è un ubriacone palestrato e parla con forte accento veneto, il servo-rivelatore è invece decisamente troppo pugliese per essere a Fere, in Tessaglia.

Molto più entusiasmo ha suscitato in critica e pubblico la messa in scena di Antigone. Il regista canadese Robert Carsen ha concluso la sua trilogia tebana di Sofocle (nelle precedenti stagioni, si era già cimentato con Edipo Re e Edipo a Colono) con una riflessione sulla necessità di prendere posizione soprattutto quando il pensiero dominante o mainstream, come si dice oggi, tende a farsi intollerante e repressivo. Il silenzio, ha detto il regista, “in un momento di crisi delle democrazie può diventare una forma di complicità”. Nelle parti del coro, il testo di Sofocle mostra un popolo in disaccordo con le decisioni del sovrano ma troppo impaurito per esporsi a favore di Antigone. E’ la premessa più tipica, fino ai nostri giorni, perché la democrazia si indebolisca e i poteri repressivi prendano il sopravvento senza troppi contrasti. E mentre il tiranno Creonte, sempre più vittima delle proprie decisioni sciagurate, sale e scende su una lunga scalinata danneggiata dai colpi di mortaio e di fucile, è impossibile non pensare all’attualità, ai nostri tiranni, le nostre guerre e i nostri morti insepolti. E anche le nostre Antigoni, donne coraggiose che non esitano a mettersi in gioco per difendere ciò in cui credono.

Quante sono le Antigoni di oggi? L’eroina di Sofocle affronta coraggiosamente la condanna a morte pur di seppellire il fratello morto in battaglia. Per inciso, questa uccisione è avvenuta per mano di un altro fratello che invece ha avuto diritto agli onori della sepoltura, ma stiamo parlando di una famiglia piuttosto sventurata: il padre Edipo è anche il fratello maggiore mentre la madre Giocasta è anche la nonna nonché sorella del tiranno Creonte.

Ad Antigone sono da sempre paragonate le donne che si oppongono al potere e al pensiero prevalente, considerandoli ingiusti e affrontando le conseguenze del loro gesto. In tempi recenti, Greta Thunberg è sembrata la nuova Antigone quando è intervenuta all’assemblea generale dell’Onu per sbugiardare i potenti della terra inadempienti nella lotta al cambiamento climatico; Narges Mohammadi è Antigone quando per difendere i diritti delle donne iraniane rischia di morire in carcere lontana dalla sua famiglia; ancora Elena Cecchettin viene paragonata ad Antigone perché si è esposta pubblicamente contro l’ingiusta morte della sorella, trasformando il dolore personale in una battaglia generale, come Gisèle Pelicot, disposta ad affrontare un doloroso processo pubblico per evitare che l’indicibile violenza da lei subita si ripeta su altre donne. Nuove Antigoni continueranno a nascere finché le antiche tragedie greche continueranno ad essere rappresentate e a rispecchiare la realtà umana.