C’è una storia di donne e di potere dietro alla star dell’arte di questi ultimi anni. Perché pochi sanno che in realtà l’arazzo di Bayeux, che sta facendo impazzire appassionati e wannabe della cultura medievale, in realtà per decenni è stato chiamato l’arazzo di Matilde. Era molto probabilmente un errore, ma dagli errori nelle scienze e nella storia, nascono grandi scoperte. E dunque da questo dubbio potremmo partire per capire che in realtà nel Medio Evo il ruolo femminile era molto meno banale di quanto diamo per scontato.
Un arazzo impossibile da vedere
Innanzitutto una precisazione: lasciate ogni speranza o voi che entrate, perché no, difficilmente riuscirete a vedere i 68 metri e 38 centimetri di arazzo dell’XI secolo, prestato da Parigi a Londra, nella sua esposizione temporanea al British Museum. I biglietti sono andati immediatamente a ruba, con code online di oltre nove ore per prenotare la visita e la cifra record di 100.000 ticket venduti in un giorno. Del resto l’opera sta macinando record e polemiche come ogni vera world star che si rispetti: in Francia è nato un movimento d’opinione contro il trasbordo della fragilissima tela in Gran Bretagna, l’assicurazione stipulata per la sua protezione in questi mesi è la più alta della storia dell’arte (800 milioni di sterline…), l’opera torna in Inghilterra per la prima volta dalla sua creazione, la visita concessa in anteprima a Peter Thiel ha fatto infuriare il web. Insomma, un vera queen!
Come è fatto l’arazzo
La sua storia è altrettanto eclatante. Si tratta di un tessuto di lino di 68 metri per 69 centimetri, ricamato nel XI secolo in filo di lana di otto colori (c’è chi ne distingue dieci), che rappresenta la conquista dell’Inghilterra da parte del normanno Guglielmo il Conquistatore, culminata nella battaglia di Hastings del 1066. Con le sue 58 scene, le 600 figure e i 202 cavalli offre dettagli della vita e dei costumi della corte normanna e delle usanze di francesi e inglesi agli inizi del millennio scorso.
Ma veniamo all’idea originale. Esimi studiosi hanno stabilito che sia stato commissionato dal fratellastro di Guglielmo, Oddone vescovo di Bayeux, ma per secoli si è creduto che la sua tessitura fosse stata decisa dalla moglie di Guglielmo I, Matilde delle Fiandre. Nobile, colta e ricca, dopo un fidanzamento burrascoso, Matilde supportò il marito, divenne regina d’Inghilterra e fu madre di due re inglesi. La raffinatezza della sua educazione, rara ma non inusuale nel Medio Evo per una donna di corte, ha fatto credere a lungo che sia stata sua l’idea geniale di fissare e tramandare le gesta del marito. Probabilmente ha influito su questa opinione anche l’alto livello dell’artigianato tessile della sua terra d’origine. Di certo Matilde è stata protagonista di spicco e autonoma durante gli anni del regno di Guglielmo.
Mani di donna dietro l’arazzo
Quasi certa è invece la fattura femminile dell’opera. La tela color avorio sarebbe infatti stata ricamata da monache inglesi dell’area di Canterbury, anche se ultimamente si cerca di sottrarre alla mano femminile anche questo gioiello, ritenendo che siano stati artigiani uomini a compiere la meraviglia. Noi crediamo ovviamente al protagonismo delle donne se non nell’idea, quantomeno nel disegno e nella fattura e diversi dettagli supportano questa teoria di storici e storici dell’arte, dalla scelta di alcune scene muliebri, alla cura dei dettagli non solo nelle battaglie ma anche negli scorci di vita familiare e di corte.
Da questo dilemma possiamo partire, con cerchi concentrici, per studiare più a fondo il ruolo delle donne nel Medio Evo, che è stato ampiamente sottostimato per secoli come spesso accade quando a scrivere la storia sono i vincitori, ma è stato riscritto per la prima volta a inizio del secolo scorso con analisi sorprendenti e a volte gratificanti per il genere femminile. Per chi volesse approfondire i testi sono molti, a cominciare dalle pioniere della rivalutazione dell’influenza femminile nella storia, nell’arte e nella cultura dell’Occidente: la storica francese Regine Pernoud (La donna al tempo delle cattedrali, Rizzoli) e la storica inglese Eileen Power (Donne nel Medio Evo, Jaca book). Noti e sempre stimolanti i testi di Jacques Le Goff (Uomini e donne nel Medio Evo, Editori Laterza) e di Georges Duby (Storia delle donne in Occidente, Editori Laterza).
Infine: mai gettare la spugna. Per chi non riuscisse a trovare un biglietto entro il prossimo luglio a Londra, nulla è perduto; il museo di Bayeux riaprirà tra un anno e l’arazzo tornerà a casa per sempre, per essere nuovamente esposto in Normandia dopo una trasferta d’Oltremanica eccitante e avventurosa. Come piace a noi.