June Almeida ha influenzato il corso della storia scientifica e ci ha donato uno sguardo nitido sul mondo invisibile dei virus. Non le hanno dato molta retta, in vita. Hai visto o letto “Lezioni di chimica”? Ti suona?

Immaginati una ragazza di nome June Dalziel Hart, nata il 5 ottobre 1930 a Glasglow, Scozia. Cresciuta in un quartiere modesto, con genitori che facevano del loro meglio per arrivare a fine mese, June si è distinta sin dall’infanzia per la sua brillantezza a scuola. Ma la strada verso la scienza era tutt’altro che facile per lei.

June aveva un sogno: continuare a coltivare la sua passione per la scienza. Tuttavia, non c’erano soldi per perseguire il sogno. A soli 16 anni, iniziò a lavorare come tecnico di laboratorio in istopatologia presso il Glasgow Royal Infirmary.

Il destino la portò poi a Londra, dove contonuò il suo lavoro presso lo St. Bartholomew’s Hospital. Senza una laurea universitaria, però, il suo cammino verso il successo era in salita. Ma la tenacia di June era inarrestabile.

Nel 1954, sposò un artista venezuelano di nome Enriques Almeida. Ebbero una figlia, Joyce, e si trasferirono in Canada. Qui, June trovò nuove opportunità e il suo percorso professionale decollò.

Il suo talento emerse quando assunse il ruolo di tecnico di microscopia elettronica presso l’Ontario Cancer Institute a Toronto. Utilizzando un microscopio elettronico potentissimo, June guadagnò la reputazione di esperta nel suo campo. In un’epoca in cui rilevare i virus richiedeva pazienza e precisione, lei riuscì a rendere chiare e veloci le immagini, perfezionando una tecnica chiamata “negative staining” che le permise di identificare i virus in modo accurato.

Tornò a Londra nel 1964, su invito del professor A.P. Waterson. Presso lo St. Thomas’ Hospital e successivamente presso la Royal Post Graduate Medical School, June raggiunse l’apice del successo. Fu la prima a visualizzare il virus della rosolia e contribuì in modo significativo alla ricerca su HIV ed epatite B.

Il suo nome diventò noto quando il dottor David Tyrell, uno studioso del raffreddore comune, le affidò un campione misterioso (B814) che non riusciva a identificare. Con la sua tecnica di negative staining, June creò un’immagine chiara e nitida del virus. Anche se la sua identificazione iniziale fu respinta, alla fine si dimostrò giusta: quella “foto sfocata” e il virus B814 di Tyrell erano i primi coronavirus umani identificati. Il termine “coronavirus” fu coniato perché ogni pezzo del virus sembrava una corona.

Il suo impegno e la sua dedizione vennero riconosciuti dall’Università di Londra, che le conferì una laurea magistrale nel 1970 e un Dottorato in Scienze nel 1971.

Il culmine della sua carriera la vide lavorare presso i Laboratori di Ricerca Wellcome a Londra, contribuendo allo sviluppo di vaccini e diagnostica. Nel 1985, si ritirò e si è trasferita a Bexhill, nel sud-est dell’Inghilterra, con il suo secondo marito, Philip Gardner, anch’egli virologo. In pensione, June insegnò yoga, scambiò oggetti d’antiquariato e restaurò porcellane con Gardner fino alla sua scomparsa nel 1994.

La sua passione per la scienza non poteva essere sopita, e alla fine degli anni ’80 tornò a St. Thomas’ come consulente, applicando la sua esperienza per produrre alcune delle prime foto di alta qualità di HIV.

June Almeida è mancata il 1 dicembre 2007 a Bexhill, all’età di 77 anni. Il suo impatto sulla scienza, tuttavia, continua a risuonare.

Nel 2019, quando è emerso un nuovo virus in Cina, i ricercatori hanno utilizzato il lavoro pionieristico e le tecniche di June per identificarlo come un altro coronavirus. Sebbene la sua scoperta possa essere stata trascurata durante la sua vita, la pandemia di Covid-19 ha portato l’attenzione del mondo al lavoro di June Almeida. Senza di lei, il nostro sguardo sul mondo dei virus potrebbe essere ancora sfocato oggi.