Comincio da Ensor o comincio da Anversa, la città dei diamanti? Da Ensor, perché le mostre a lui dedicate sono ben quattro, in una città nemmeno tanto grande e questo deve far capire l’importanza del pittore nella storia dell’arte, del quale ricorrono i 75 anni dalla morte.
Ensor, nato a Ostenda nel 1860, dopo una iniziale ammirazione per gli impressionisti, trova una sua strada molto particolare, usando l’idea della maschera, dell’artificio, giocando con l’ironia, con il grottesco, riempiendo le sue tele di personaggi con il volto irriconoscibile, di scheletri, di rappresentazione della morte.
Possiamo dire che il suo uso di corpi deformati, che deviano dall’ideale di bellezza dei primi del Novecento, sono gli antesignani di quello che succede oggi, dove è bello tutto, anche il brutto e chi si azzarda a dire il contrario viene tacciato di body shaming.
La mostra più grande è al KMSKA e resta aperta fino al 19 gennaio 2025. Il titolo, In you wildest dream, è inquietante e capiamo subito dove andiamo a parare. Passati i dipinti innocui, quelli con fiori, verdure e paesaggi, oppure con la sorella (La mangiatrice di ostriche) passiamo al nocciolo della sua arte, quello che ha ispirato Munch (c’è una bella mostra adesso a Milano su di lui) o Nolde.
Il carnevale e il circo, temi cari a Ensor, non sono mai luoghi tranquilli e innocui, dove la gente si diverte, ma posti dove gli incubi saltano fuori da dietro la porta, dove la morte ti si avvicina con la falce nascosta dietro la sua maschera.
Tanto colore, nonostante i temi cupi (e questo lo fa dopo di lui anche Munch), pennellate nervose e l’uso dell’ironia, visto che lui si autoritrae con un cappello a fiori del tutto fuori luogo sulla testa di un uomo.
Il KMSKA ha fatto le cose in grande, anzi in grandissima. Non solo il giorno dell’inaugurazione c’erano concerti improvvisati nell’atrio del museo con musicisti vestiti in tema Ensor e giocolieri di ogni genere
ma all’ingresso c’è un pannello da colorare seguendo la numerazione per ricostruire un dipinto dell’artista.
E davanti al museo, intorno alla vasca-fontana ci sono tante “sdraio Ensor” per sedersi a prendere il sole (che di solito non c’è).
E non è finita: si può andare in giro per la città seguendo le vetrine decorate da 22 illustratori che si sono fatti ispirare dall’artista. Il percorso si può scaricare sul cellulare oppure si possono ritirare delle brochure all’interno dei 22 negozi.
Disegni e acqueforti
Il Museo Plantin-Moretus, bellissimo museo dedicato alla stampa, visto che i Plantin Moretus sono stati famosi e ricchi stampatori di libri, organizza la seconda mostra dedicata, questa volta, ai disegni di Ensor e alle acqueforti, che lui amava molto.
Non ci andava certo per il sottile nella critica sociale, se raffigura il re, il clero, la polizia e i notabili che defecano sul pubblico.
Ensor e la maschera
Maestro di mascheramenti, quindi. La terza mostra riprende il concetto con una serie di fotografie di Cindy Sherman, la fotografa americana che usa solo se stessa – e una infinità di trucchi, parrucche e vestiti, per mettere in scena il mondo. Tutto questo al Fomu, il Museo di Fotografia molto vicino al fiume.
La Sherman è la maestra del travestimento. Dagli anni ’70 fotografa solo se stessa, vestita e agghindata in modi diversi. Quando riceve un incarico da una casa di moda, realizza delle foto talmente controverse da essere spesso rifiutate dai giornali tipo Vogue. Ma lei, niente. Va avanti con la sua critica all’aspetto patinato delle modelle, agli abiti che costano cifre da capogiro. Non è mai bella, provocante, sexy o piacevole da guardare. Ma proprio per questo va dritta al punto.
Ensor e la moda
Arriviamo così alla quarta, ultima ma non per questo meno bella mostra. Considerato il gusto di Ensor per il mascheramento non poteva che essere al Museo della Moda, il Momu, e parlare di trucco. Masquerade and Ensor presenta i lavori per famose case di moda dei più grandi truccatori internazionali. Il trucco è stato sempre considerato un modo per nascondersi, per mascherare la realtà, ma può anche essere una forma di arte e qui, in questa mostra, lo è di certo. Perché indossiamo una maschera? Perché abbiamo così paura di invecchiare? Queste sono alcune domande a cui la mostra cerca di rispondere.
Il museo è di per sé una piccola delizia.
E il giorno dell’inaugurazione c’era un piccolo concertino nell’atrio dove gli strumenti musicali erano delle grandi conchiglie.








