Il Liberty è donna. Flessuosa, eterea, seducente, comunque sempre protagonista. Se c’è una corrente artistica che ha reso la donna il centro del suo pensiero è il Liberty, del cui ramo italiano si occupa la mostra ospitata fino al 14 giugno a palazzo Martinengo a Brescia. Siamo a fine Ottocento, l’industria annerisce le città coi suoi fumi, la borghesia preme per scalzare la nobiltà, gli oggetti che escono dalle fabbriche sono replicabili, democratici ma impersonali. E gli artisti, da Londra a Parigi, da Glasgow a Bruxelles, da Vienna a Torino a Palermo, cercano di invertire la rotta della massificazione ispirandosi alla natura: fiori, rami, uccelli esotici e soprattutto corpi femminili diventano le immagini con cui ingentilire le opere d’arte. Che non restano solo sulla tela e nel cantiere ma disegnano forme allungate e sinuose per ogni oggetto, da una maniglia a un cappello, da un quadro a un negozio, da un palazzo a una tazzina da caffè, coinvolgendo poi anche le muse più recenti, dalla fotografia al cinema fino alla pubblicità, con le affiche che colorano i muri delle città reclamizzando i nuovi templi del commercio, i grandi magazzini.

Giorgio Kienerk, L’enigma umano (Il dolore, Il silenzio, Il piacere), 1900. Pavia, Musei Civici del Castello Visconteo
Nasce l’arte totale
E’ il concetto di arte totale, nato in Germania a metà dell’Ottocento, passato per le stoffe di William Morris, approdato nella Vienna della Secessione. L’Italia coglie subito al volo questa ispirazione, complice l’esposizione internazionale d’arte decorativa di Torino del 1902, anche se a tratti mitiga la vertigine filiforme degli esempi belgi e francesi. Le architetture si alleggeriscono ma anche i mobili (raffinatissimi quelli esposti di Eugenio Quarti), le ceramiche e persino la moda.
Diva e colta, la nuova protagonista
Trait d’union del Liberty, in ogni paese, accanto alla natura, resta la figura femminile. Donne sensuali, fatali, colte, mai gregarie. I pittori italiani, da Ettore Tito a Camillo Innocenti, da Vittorio Matteo Corcos a Emilio Malerba ritraggono signore nobili ma anche altoborghesi, spesso impegnate nella lettura, testimoni di una società in cui piano piano colei che era solo ancella cerca il suo spazio. Le attrici e le cantanti d’opera, una su tutte Lyda Borelli, sono un simbolo di femme fatale, diva e autonoma. Ancora non si parla di femminismo, se non in pochi ristrettissimi circoli, ma alla vigilia della Prima guerra mondiale che devasterà il continente e scardinerà tante certezze, il Liberty oltre ad ingentilire i tratti pesanti e retorici ereditati dall’Ottocento, ha avuto il pregio di mettere definitivamente la donna al centro. Almeno del quadro.
