A volte per ritrovare se stesse bisogna uscire dalla propria comfort zone. La mia è fatta di luoghi da esplorare, chilometri da macinare, macchina fotografica al collo. Quest’anno, invece, sono andata in due isolette della Grecia nelle quali non c’era altro da fare che stare sdraiate al sole e bere birrette ghiacciate.
Eppure sono stata bene. E, per una vacanza di nove giorni prenotata all’ultimo minuto, non è andata poi male.
Le isole in questione sono Chalki e Tilos, al largo di Rodi.
Chalki è un’isoletta senza macchine, senza moto, senza bici. Le auto le hanno solo i pochissimi abitanti, in inverno non più di 150. Un taxi, qualche macchinetta per raggiungere le case, qualche moto. Non c’è molto da andare e non c’è molto da fare. A parte l’acqua più trasparente che abbia mai visto, le spiaggette e un castello diroccato.
Ci si arriva da Rodi. Ma non dal porto principale, bensì da un porticciolo che fa ridere perfino a chiamarlo così da tanto è minuscolo, Kamiro Skala. Partono da lì i traghetti che portano a Chalki, carichi di viaggiatori che sanno dove stanno andando e di vettovaglie necessarie agli abitanti.
Un’isola per chi sa
A Chalki non si arriva per caso: bisogna sapere che l’isola, piccolissima, è lì, così lontana da Mykonos e Santorini come il giorno e la notte. Eppure ci arrivano quelli in the know. Si affittano una casetta (ed è fondamentale, a mio parere, che sia in prima fila, con accesso immediato all’acqua, in modo che la mattina la prima cosa che fai è buttarti praticamente dalla camera da letto. Meglio se nella parte destra del porto, se visto di fronte, perché il sole rimane più a lungo. A Chalki c’è un solo albergo, Aretanassa, di proprietà del comune. Per il resto, casette da affittare per qualche giorno. Qualche giro per il paese (in dieci minuti si arriva da una parte all’altra, ma andando piano) e ristorantini sul porto la sera. È curioso come riescano a stipare tanti ristorantini e baretti in un’isola altrimenti minuscola. Sembrano tutti uguali, sembra che uno possa valere l’altro, ma non è così. Si mangia molto bene da Babis, forse si mangia bene da Volantis (non lo saprò mai, aveva dato via il mio tavolo perché arrivati in ritardo), si mangia molto bene da Black Sea (che pare sia gestito da dei georgiani e la sorella del proprietario è ministra in Georgia, ma chi lo sa se queste voci di corridoio sono poi vere), si mangia invece malino da Maria. E non è vero che in Grecia si mangiano sempre le stesse cose. Complice un amico di un’amica arrivato sull’isola per caso e grazie al suo eloquio greco, ho scoperto il dakos, piatto estivo buonissimo e semplice, e soprattutto il kritharotto, una specie di pastina (esattamente quella che noi usiamo per fare la minestrina nelle sere in cui ci sentiamo giù) con pesce o nero di seppia. So che detta così non sembra gustoso, ma è la cosa più buona che ho mangiato. E non sapevo che si può pasteggiare a ouzo ghiacciato, cosa che ho naturalmente fatto, senza limitarmi al bicchierino dopo cena.
Alcune barche, in gruppo o privatamente (Noi abbiamo usato Chalki Boat), ti portano a esplorare le spiagge dell’isola. Una, Ftenagia, si raggiunge anche a piedi. Una, Potamos, mi dicono essere troppo turistica. Una, Kania, è invece bellissima.Tutte hanno un ristorantino, delle sdraio che costano due spiccioli e un po’ di ombra sotto le tamerici, quando non si ha voglia di nuotare, chiacchierare con il vicino, leggere un libro. Kania, per me, batte tutte. Il ristorante è fantastico.
Tilos, bella e sgarrupata
Da Chalki con un traghetto abbiamo raggiunto un’isola poco lontana e quasi in Turchia, Tilos. Meno chic di Chalki, un po’ più sgarrupatina, ma con le sue casette a bordo mare, separate dalla spiaggia da una strada da cui non passa nessuno, punteggiata di caffè e ristoranti, alcuni con una pretesa di contemporaneità, se non proprio di eleganza, come Pezodromos. Anche lì una barca ti porta in giro per le spiagge ma essendo l’isola molto più grande bisogna decidere se scegliere il nord o il sud. Noi abbiamo scelto il nord e abbiamo visto spiagge in cui non c’era assolutamente anima viva nonostante si fosse a metà agosto.
Per le cene (solo due) abbiamo scelto Trata, una trattoria che più greca non si può, semplice semplice, dove in cucina c’è una signora che un po’ ha voglia di farti da mangiare e un po’ no, ma è simpatica e alla mano, e Pharos, in fondo al paese sulla sinistra, che ha anche stanze. L’uso dell’isola è che se mangi e spendi almeno 12 euro i lettini sulla spiaggia sono gratis.
Colpo al cuore
Dopo cena un taxi (l’unico dell’isola) ci ha portato a Micro Chorio, un paesino abbandonato e semi-diroccato nel quale due ragazze hanno messo delle luci e aperto un cocktail bar. Non sapevo cosa aspettarmi e la vista di quel presepe illuminato è stata in assoluto la cosa più bella della vacanza.
Come tutte le vacanze greche che si rispettano, anche quella a Tilos ha avuto la sua panagia, messa al monastero, musica locale, sirtaki in piazza dove tutti ballano, che noi.
Panagia è uno dei nomi che viene assegnato alla Vergine Maria e indica una cerimonia religiosa in cui un pane viene benedetto e condiviso con tutti.
I locali sono molto devoti, i turisti partecipano per folklore, per la musica e il vino gratis.
Infine, Rodi
La vacanza si è conclusa a Rodi, che è bellissima anche se di tutt’altro tenore e molto molto turistica. Non ho avuto tempo di vederne le spiagge o il mare, perché ci sono rimasta solo un giorno. Sono stata nella città vecchia, racchiusa da mura medievali e patrimonio Unesco, all’Hotel St. Nikolis (bellissimo, lo consiglio) e ho fatto i miei bei giri culturali, tornando alle mie vecchie abitudini. Il Palazzo dei Gran Maestri dei Cavalieri, il Museo Archeologico, l’Ufficio Postale fatto costruire da Mussolini (Rodi è stata conquistata dagli italiani nel 1912, con la guerra contro la Turchia) che si era messo in testa di italianizzare l’isola, nel frattempo tornata alla Turchia nel 1923 ma poi conquistata da tedeschi e inglesi e tornata alla Grecia solo nel 1947, con il Trattato di Parigi.
Il Colosso di Rodi, una delle sette meraviglie dell’antichità, che si trovava all’ingresso del porto, venne distrutto da un incendio nel 280 AC e non ne resta più traccia. Ma quello che c’è vale assolutamente un paio di giorni, nonostante la folla e i numerosissimi negozietti che vendono tutti la stessa cosa, i ristoranti uno appiccicato all’altro. Sarebbe valsa la pena spingersi oltre le mura della Old Town, ma non ho avuto occasione di farlo per mancanza di tempo.
La mia teoria è che bisogna sempre lasciare qualcosa di non fatto e non visto, in modo da avere la scusa per poter tornare.




