Secondo il New Yorker è il miglior libro dell’anno. E l’attesa per la presentazione de Gli antropologi, (scritto da Aysegul Savas e tradotto da Gioia Guerzoni) suo terzo romanzo, era grande anche al Salone del Libro di Torino. Lei, Aysegul Savas, scrittrice turca residente a Parigi, è una vera cittadina del mondo. Ha vissuto a Londra, in Danimarca, negli Stati Uniti e non esclude altri trasferimenti in futuro. Pur non essendo un romanzo autobiografico, è il racconto di chi vive lontano dal paese d’origine e fluttua in una metropoli straniera, cercando un centro di gravità, ma non troppo permanente. I protagonisti, Asya e Manu, una giovane coppia di millenial, lei documentarista, lui attivo in un ente non-profit, hanno scelto di partire per costruirsi una vita in autonomia dalle loro famiglie. Una sfida e un desiderio molto diffuso tra i ventenni di tutte le generazioni: allontanarsi per rinascere e trovare un nuovo equilibrio, ma Savas non concede alcuno slancio romantico a questa scelta. “Difficile definirli expat, in fondo non lo sono, e nemmeno immigrati perché non subiscono discriminazioni”, spiega l’autrice. “Lontani dai luoghi dell’infanzia e senza cittadinanza, ci si sente sempre un po’ oltre, un po’ al di fuori. Lo sradicamento non è soltanto geografico. Si fa parte di una specie di tribù”.
Nella metropoli straniera Asya e Manu stanno cercando casa. Sono immersi nella vita sociale, frequentano i locali alla moda, gli appartamenti degli amici, curiosi di scoprire costumi e tradizioni che non gli appartengono e provare a mettere radici. Da qui il titolo del romanzo: “Osservano gli altri e le loro consuetudini come fossero degli antropologi”, continua Savas. “La struttura del romanzo non è casuale: i brevi capitoli con titoli ‘scientifici’ potrebbero sembrare gli appunti di uno studioso che analizza popolazioni sconosciute”. La trama è senza scosse, non ci sono conflitti o rivelazioni, ma le riflessioni sulla precarietà della loro condizione, sospesa tra un presente senza responsabilità e un futuro da adulti, sono sottotraccia. Emergono antiche e nuove paure, dubbi sull’idea di amicizia che cambia da una cultura all’altra, inevitabili incomprensioni dovute alla lingua del paese che li ospita. Tuttavia la curiosità e la voglia di sperimentarsi li sostiene. E non mancano momenti più intimi in cui emergono relazioni autentiche. “Quando tagli i legami familiari, puoi legarti ad estranei con intensità, ma senza eccessivo impegno”, osserva l’autrice. Come accade con una vicina anziana che Asya e Manu frequentano spesso per leggere poesie insieme. La figlia dell’anziana, che abita fuori città, è invece assillata dallo stato di salute della madre, sente tutto il peso degli obblighi familiari che gli “sradicati” hanno lasciato dietro di sé.
Asya e Manu provengono da due paesi diversi, ma Savas non rivela mai quali e neppure la capitale in cui si sono trasferiti. “Se avessi nominato i luoghi geografici, avrei perduto la voce narrativa”, precisa. “Avrei ristretto le prospettive del lettore che deve sentirsi libero di immaginare. Non volevo che la mia scrittura diventasse claustrofobica”. Savas cerca diversi punti di vista, lascia domande senza risposte, non ama i confini di nessun tipo. Non è un caso che Asya giri un documentario sul parco cittadino. “E’ uno spazio di natura, si prova un gran sollievo ad esserci dentro perché non paghi l’ingresso, non devi comprare nulla. E’ un’occasione per respirare liberi”, spiega l’autrice. “Chi non ha radici ci si sente a casa, immergersi nel verde diventa quasi un rituale per quelle persone che non ne hanno più”. Proprio come pensava Ray Oldenburg, sociologo urbano americano, quando parlava dei ‘terzi luoghi’: pubblici, informali e gratuiti, che accolgono soggetti diversi, creano comunità ibride ma democratiche, sconfiggono l’isolamento e la solitudine.
