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Fiorucci, la libertà sotto i putti vittoriani

Elio Fiorucci se n’è andato, e voglio ricordarlo qui con simpatia, gratitudine, affetto .

Gia, perché almeno quaranta anni fa – molto prima dei vari Moschino, Desigual, Custo-Barcelona – ha rappresentato la vera esplosione della fantasia (delle stoffe) al potere, e di stoffe di ben più alta qualità rispetto a quelle usate dagli stilisti qui citati.

Il negozio di Fiorucci era una novità vera, una fanfara che esplodeva in mille disegni, accostamenti, colori mai visti prima, che liberavano noi giovani donne (e ragazze e adolescenti), che finalmente avevamo da poco acquisito il potere di entrare in un negozio, e di scegliere da sole qualcosa da indossare, dalla scelta obbligata: gonna sportiva, chemisier, pantalone blu su- cui -va- tutto.

Il negozio anzitutto, il mitico spazio di Galleria Passarella, a San Babila a Milano: tutto rosa confetto (diventato poi uno dei colori tipici del marchio; dunque potevamo indossarlo, se ci piaceva, anche noi che non eravamo più neonate), traboccante musica pop e luci.
Il negozio sarà poi dipinto da Keith Haring, ed era un incrocio fra la Londra di Biba e Mary Quant e una ironicissima rivisitazione dell’America degli Anni Cinquanta, con le sue innocenti pin up: ma era italiano.

C’erano le minigonne, i collages di pelliccia e denim, le prime “ballerine”; gli angeli avevano gli occhiali; le felpe non erano blu ma decorate come fumetti; gli abiti non beige ma un tripudio di fiori multicolori; i bracciali di caucciù; i costumi di gomma.

Anche le nostre belle produzioni italiane di paglia, cotone, rafia erano però esaltate, e indossare magliette (che nessuno chiamava ancora t-shirt) con mille scritte, non più solo “bianco- ospedaliero” era finalmente un piacere liberatorio.

Anche chi non abitava a Milano poteva “vestirsi Fiorucci”, perchè Fiorucci era un creativo visionario e non un sarto-stilista, e dunque democraticamente apriva spazi un po’ ovunque.

Quindi anche noi non milanesi potevamo conoscere e indossare, adattandola a ognuno di noi, la sua creatività libera e selvaggia, imprevedibile e citazionista, che saltava fra mondi paralleli che neanche conoscevamo: Andy Wharol, che per lui scriveva, Oliviero Toscani, che fotografò per lui, Ettore Sottsass, che aveva allestito il suo negozio di New York e persino una giovanissima Madonna, che comprava lì, dove suo fratello era commesso, i braccialetti del suo primo look.

Per esaltare ancora più la creatività, che sempre è anche contraddittoria, il logo di Fiorucci è l’immagine classica di due putti vittoriani, uno bruno e uno biondo.

fiorucci-logo

I putti rappresentano il vero spirito e anima del marchio: la creatività gentile, l’eleganza della nostra vecchia cultura e dei suoi simboli, rinnovata in un presente libero e allegro, colorato e positivo.
Come non essere grate, come dimenticarlo?




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