A distanza di pochi mesi dal libro che la scrittrice indiana Arundati Roy ha dedicato alla memoria di una madre “terribile ma anche meravigliosa” per ricordarla dopo la scomparsa, un altro autore molto conosciuto, il francese Emmanuel Carrère, cerca con il suo ultimo scritto, Kolchoz, di fare una pace postuma con l’ingombrantissima genitrice. Di origine russa e georgiana, Hélène Zourabichvili è stata un’acclamata storica francese dell’Unione Sovietica prima e della Russia poi, fino a essere eletta segretaria perpetua dell’Académie française, l’istituzione più prestigiosa della cultura d’oltralpe.

“Anche se il destino mi ha trattato bene, grazie a un certo privilegio e all’assenza di catastrofi, non ho un rapporto felice con la vita. In realtà – ha ammesso lo scrittore 68enne in una recente presentazione del libro a Milano – il primo lutto grave è stato proprio la morte dei miei genitori, a 94 e 93 anni rispettivamente”. Dopo avere evocato in altre sue opere il buio e le paure infantili, “gli episodi che sono venuti alla superficie ripercorrendo la storia di mia madre mi hanno finalmente reso consapevole di avere avuto un’infanzia felice: per questo amo questo libro, mi è piaciuto tornare il bambino che sono stato prima che l’adolescenza rovinasse tutto”. Con la genitrice, lo scrittore ha però sempre avuto durante la vita adulta un rapporto difficile. Dura, severa e molto ambiziosa professionalmente teneva a distanza i 3 figli e un marito adorante. Mentre le opere del suo primogenito incontravano sempre di più il favore del pubblico internazionale, non gli ha mai dato la soddisfazione di un riconoscimento e anzi, dopo che in un romanzo Carrère ha rivelato che il nonno georgiano Georges Zourabichvili era stato un collaborazionista del regime di Vichy, i due non si sono parlati per anni.

I libri sulla perdita della madre sono un classico della letteratura: in Francia si sono cimentati Marcel Proust, Albert Cohen, Simone de Beauvoir, Annie Ernaux, in Italia Pier Paolo Pasolini, Italo Svevo, i poeti Giuseppe Ungaretti e Umberto Saba, Marco Balzano. Queste opere dedicate al vuoto materno sperimentato dai figli sopravvissuti, una sorta di seduta psicanalitica espressa in linguaggio letterario, sublimano in qualche modo il dolore della perdita rendendo eterno il rapporto con colei che fu all’origine della storia personale dell’autore. Nel presentare Kolchoz, l’editore della traduzione italiana, Adelphi, scrive che si tratta di “una struggente dichiarazione d’amore per una donna dura, autoritaria, avida di riconoscimenti accademici e mondani, ma anche coraggiosa, tenace, generosa, di cui il figlio non nasconde ombre e asprezze, rendendole l’omaggio più esaltante che uno scrittore possa tributare alla propria madre: trasformarla in uno strepitoso personaggio romanzesco”.

L’incipit è il racconto dell’omaggio solenne del presidente francese Emmanuel Macron, che il 3 ottobre 2023, 53 giorni dopo la sua morte, nella corte d’onore degli Invalides a Parigi ha ricordato Hélène con queste parole: “la figlia di poveri emigranti che ha imparato il francese a 5 anni è diventata l’incarnazione della Repubblica francese e della sua lingua, servendole fino all’ultimo istante”. Il titolo del libro risale al più bel ricordo infantile dell’autore. Quando, in occasione dei viaggi del padre, a lui e alle due sorelle minori era concesso di trasferirsi nella camera da letto dei genitori, questo piccolo assembramento era definito “fare Kolchoz”. “Marina, che era la più piccola, dormiva nel lettone. Nathalie e io portavamo i nostri materassi o semplicemente mettevamo dei cuscini intorno al letto”. Molti anni dopo, durante la notte trascorsa al suo capezzale, “riuniti tutti e tre attorno a nostra madre, abbiamo per l’ultima volta ‘fatto Kolkhoz”.