“Avevo 12 anni quando è scoppiata la guerra, non potevo capire”, esordisce Elvira Mujcic, autrice bosniaca naturalizzata italiana, alla presentazione del suo ultimo romanzo, La stagione che non c’era (Guanda) a Massa, nell’ambito della rassegna BibliotecaFuoriPorta.
La Jugoslavia che non c’è più
La guerra di cui parla è quella in Bosnia Erzegovina (1992-1995), un conflitto che qualcuno ha definito l’ultimo del ‘secolo breve’, il Novecento, e che tanti non capirono o non vollero capire: oltre 100mila vittime di cui 40mila civili, campi di concentramento, pulizia etnica, il massacro di Srebrenica, l’assedio di Sarajevo. Serbi, croati e mussulmani si sono dilaniati a vicenda portando alla dissoluzione del paese. “Da allora mi è rimasto un tarlo, volevo raccontare la Jugoslavia che non c’è più, quella in cui sono nata e cresciuta, nutrita di ideali socialisti grazie a mia madre, che non ha mai smesso di crederci.” Il romanzo è ambientato tra il 1985 e il 1990, in un Paese che avvertiva le prime crepe, ma non poteva immaginare gli eventi tragici che seguirono. “La Jugoslavia poteva diventare altro, incarnava il socialismo della terza via, c’era ancora speranza e invece ci avvicinavamo alla rottura. Per questo è mancata la stagione che l’avrebbe resa migliore”, continua Mujčić. Si riferisce agli anni Ottanta quando, scomparso il maresciallo Tito, il presidente Ante Marković fondò un nuovo partito cercando di arginare i nazionalismi. Ma la disgregazione del Paese era già avviata e fu l’ultimo primo ministro della Jugoslavia. “In quel ‘prima’ della guerra era come stare in bilico su un precipizio”. E la copertina del libro anticipa bene il destino infausto mostrando una figura femminile che spicca un salto da un’altissima falesia.
Storie private e storie pubbliche
Storie private di dissidi familiari e conflitti generazionali si intrecciano con spezzoni di notiziari e appassionate discussioni geopolitiche, in cui emergono i primi attriti fra i saldi principi del Partito e presentimenti da fine della storia, tra ideali inossidabili e sfiducia nel futuro. L’autrice affida a Sead, assistente universitario, il nodo del romanzo: “Un giorno qualcuno saprà che Paese era il nostro? Ci saranno delle tracce, qualcosa sopravviverà?”.
Sullo sfondo della cittadina bosniaca in cui vivono i protagonisti, compare spesso Sarajevo, la città di riferimento perché era un centro vitale per l’arte, la musica, il punk dell’epoca, c’era l’università, era là che i giovani volevano trasferirsi. Come Nene che ci aveva vissuto per alcuni anni, spinto da grandi sogni, poi andati in fumo. O meglio sgretolati, proprio come la Jugoslavia, quando la fratellanza e l’unità di etnie, lingue e religioni diverse si è incrinata in un clima di diffidenza e di sospetto. “Io sono cresciuta nella mescolanza, ma a poco a poco è spuntata la paura dei legami misti”, racconta Mujčić. “Se si sente ripetere che c’è bisogno di un nemico, che ti devi difendere, il nazionalismo si fa strada. Succede così. Si esaltano i retaggi antichi, si celebra il culto delle origini. Gli elettori hanno seguito l’onda e hanno votato chi metteva uno contro l’altro”. C’è chi resiste, come Merima che con dolore strappa la tessera del Partito quando vede che il nazionalismo non è più un tabù, c’è chi invece nutre un’ossessione identitaria esasperando le differenze. Poi c’è Eliza. “E’ una bambina di otto anni che cerca le sue origini perché è stata abbandonata dal padre albanese”, continua. “In un certo senso rispecchia qualcosa di me. I padri, nelle mie storie, sono spesso degli enigmi, figure dure e difficili”. E lascia intuire che forse anche per lei è stato così. “Ma poi la ricerca della propria identità diventa una gabbia” conclude l’autrice. “Allora viene da chiedersi: che cosa cerchiamo veramente? Di che cosa abbiamo bisogno? Da chi vogliamo essere riconosciuti?”. A 30 anni dalla guerra in Bosnia, queste domande risuonano anche per noi. Soprattutto ora, in questa Europa inquieta, divisa e arroccata come una fortezza.
