Da vent’anni, ogni primavera a Perugia si danno appuntamento giornaliste e giornalisti di tutto il mondo e di ogni età per discutere del futuro del loro mestiere durante il Festival del Giornalismo, voluto caparbiamente da Arianna Ciccone e dal marito Christopher Potter. Le difficoltà e le sfide che la professione affronta in tutto il mondo sono enormi, rispetto a 20 anni fa la tecnologia ha determinato cambiamenti epocali nella diffusione e nella fruizione delle notizie, ma la necessità di testimoniare e raccontare quello che accade è rimasta la stessa. Anche quest’anno, nelle sale affrescate della città umbra le protagoniste assolute sono state le donne: dai fronti di guerra e dai paesi in cui i diritti non sono garantiti sono arrivati racconti di vero eroismo, di lutti, di violenze e di resistenza.
Giornaliste sotto attacco
Sempre più spesso, denunciano le giornaliste, le loro testimonianze dirette sono messe in dubbio dal pubblico e a volte anche dalle stesse redazioni: in entrambi i casi, si sconta la diffidenza rispetto a immagini e parole che possono essere manipolate. Si è quindi discusso a lungo delle potenzialità della tecnologia e dell’intelligenza artificiale, che può essere una opportunità anche per combattere i tentativi di strumentalizzare il giornalismo. Al festival di Perugia è rappresentata soprattutto quella parte della professione che non accetta di seguire il flusso orientato delle notizie, ma cerca di capire la realtà e di non accontentarsi delle idee precostituite: spesso si tratta di donne.
Redazioni maschiliste
Molte hanno denunciato il maschilismo delle redazioni, anche delle testate mondiali più insospettabili. La discriminazione rispetto ai colleghi maschi così come le scelte editoriali, quasi sempre maschili, di non occuparsi di questioni legate al genere ha spinto quelle più decise a dimettersi per fondare la propria testata online. Nei paesi che più spudoratamente calpestano i diritti delle donne, dopo avere subito attacchi e violenze le giornaliste che se lo sono potuto permettere sono andate altrove. Non si tratta solo di afghane o iraniane: a Perugia hanno denunciato i torti subiti giornaliste del mondo arabo, sudamericane, dell’Africa centrale. Ma anche nei paesi in cui è nato il simbolo della libera informazione, ovvero il giornalismo anglosassone, le cose non vanno tanto bene: la frase ingiuriosa e sessista con cui il presidente degli Stati Uniti ha apostrofato poco tempo fa una giornalista colpevole di avergli fatto una domanda scomoda (ovvero il suo mestiere) sul caso Epstein, “Quiet, piggy”, (in italiano “zitta porcellina”) è stata utilizzata come spunto per un dibattito sui tentativi di ridurre al silenzio le giornaliste sminuendole e mortificandole. “Purtroppo molti colleghi maschi sottovalutano questi attacchi misogini – ha detto una delle partecipanti, la sudafricana Karyn Maughan – non rendendosi conto che sono duri colpi per l’intera professione, per non parlare, più in generale, di quanto indeboliscono la libertà di informazione”.
