Nel cinema d’azione c’è un paradosso che il pubblico vede continuamente senza quasi mai accorgersene: il corpo dell’eroe che affronta il pericolo appartiene spesso a un altro. Quando un attore corre su un tetto, precipita, combatte, salta da un’altezza vertiginosa o viene scaraventato contro una parete, dietro quella sequenza può esserci uno stunt, che in alcuni casi può essere una donna. Una professionista che presta il proprio corpo all’immagine di un uomo e che, proprio per questo, rimane spesso invisibile.
Il caso di Matt Damon in Odissea è un punto di partenza particolarmente interessante. Nel film di Christopher Nolan, tratto dal poema omerico, Damon interpreta Ulisse: un personaggio costruito intorno al viaggio, alla resistenza fisica, al rischio e alla sopravvivenza. È inevitabile che una parte della sua presenza sullo schermo venga affidata anche alla fisicità dell’azione. Ma quella fisicità, nel cinema contemporaneo, non coincide necessariamente con quella dell’attore che vediamo in primo piano. I muscoli più famosi di quest’estate, quelli di Matt Damon, appartengono a una ragazza canadese di 34 anni nata a Vancouver, alta un metro e trentasette, Devyn Dalton.
Devyn è una stuntwoman. Il suo mestiere richiede preparazione atletica, tecnica, precisione e una conoscenza quasi scientifica del movimento. Non si tratta semplicemente di “fare al posto dell’attore” una scena pericolosa. Una stunt deve riprodurre postura, ritmo, gestualità e persino il modo in cui il personaggio reagisce alla caduta o all’impatto. Deve essere abbastanza simile all’interprete da risultare credibile nell’inquadratura e abbastanza esperta da sapere esattamente come proteggersi.
Il paradosso è ancora più evidente quando una donna sostituisce un uomo. Per decenni l’immaginario cinematografico ha associato la forza fisica, il combattimento e il rischio soprattutto alla mascolinità. Eppure, dietro molte delle immagini che celebrano il corpo maschile dell’eroe, può esserci il lavoro di una professionista donna. Il pubblico applaude Matt Damon che attraversa la prova, mentre una stuntwoman può aver eseguito la parte più difficile della sequenza.
Questa invisibilità non riguarda soltanto il genere. È una caratteristica strutturale del mestiere degli stunt: quando il lavoro è fatto bene, non deve essere riconosciuto. Se lo spettatore vede la sostituzione, qualcosa nella costruzione dell’illusione cinematografica si rompe. La stuntwoman deve dunque essere presente e contemporaneamente cancellata.
Negli ultimi anni, tuttavia, il cinema ha iniziato a riconoscere maggiormente queste professioniste. Le stuntwomen non sono più soltanto figure anonime dietro gli attori: sono atlete, coreografe dell’azione, coordinatrici e, in alcuni casi, vere protagoniste della preparazione di una produzione. La crescente attenzione alla sicurezza sui set ha inoltre reso più evidente quanto sia sofisticato il loro lavoro.
Per questo, guardando un film come Odissea, vale la pena cambiare prospettiva. Dietro l’eroe che affronta il mare, la guerra e il viaggio non c’è soltanto l’attore che interpreta il mito. C’è una macchina cinematografica fatta di tecnici, coordinatori e professionisti del rischio. E, talvolta, c’è una donna che corre, cade, combatte e salta affinché sullo schermo quel corpo continui ad appartenere, almeno nell’immaginario dello spettatore, a un uomo.
È una forma particolare di invisibilità: essere indispensabili proprio perché nessuno deve accorgersi di esserci. E forse il vero riconoscimento per le stuntwomen comincia proprio quando impariamo a guardare il cinema d’azione anche attraverso i corpi che non vediamo.
Qui trovi un’intervista di Devyn su come si è preparata ad essere la stunt di Matt Damon.
