Libri, tanti, come se piovesse. Podcast, instagram e Tumblr. Il brutalismo non è una novità e sono almeno quindici anni che ci viene riprodotto in tutte le salse. Ma ora è proprio di moda, grazie al film pluricandidato (10 nomination) all’Oscar The Brutalist, con uno straordinario Adrien Brody nei panni dell’architetto László Tóth, strappato dalla moglie, rinchiuso in un campo di concentramento e poi invitato a costruire un edificio (brutalista, ça va sans dir) a Philadelphia.
Per architettura brutalista si intende qualcosa di poco leggiadro, poco elegante, a volte addirittura brutto e con un uso smodato di cemento armato non intonacato.
Cemento a profusione
Il brutalismo è nato in Inghilterra negli anni ’50, quando si ricostruiva in fretta dopo la guerra e non si stava tanto a infiorettare gli edifici. In UK, quindi, e a Londra nello specifico, si possono trovare esempi di brutalismo peraltro molto ammirati da chi ama il genere, come il Barbican (centro culturale ma anche abitazioni in stile conigliera), gli edifici del Soutbank, come il National Theatre e la Hayward Gallery o la Trellick Tower, una torre fatta di ex-case popolari diventata iconica e molto ricercata.
Non solo a Londra si possono trovare esempi di brutalismo. E nemmeno solo nell’Europa dell’Est, dove potremmo aspettarcelo. Milano ha la molto amata Torre Velasca, Roma ha l’ambasciata britannica, New York ha l’edificio ex At&t al 33 di Thomas Street e l’hotel Standard High Line, Marsiglia, la città europea più vicina al brutalismo, ha l’Unitè d’habitation di Le Corbusier e perfino Parigi, con tutto che è la città più bella d’Europa, ha degli edifici brutalistissimi, come Le Chou Creteil.
Un podcast brutalista
Per chi volesse saperne di più, il bellissimo podcast Cemento di Eleonora Rocca e Angelo Zinna non parla tanto del brutalismo in architettura ma di edifici dell’Est Europa, che con il brutalismo hanno molto a che fare.

