Come nella vita, anche in questo film regna la confusione. Un film sui rapporti, sullo stare insieme, sulle coppie, sul tradimento. Un gioco di specchi in ui sono le donne a tirare le fila e gli uomini a seguire, disorientati.

Ludovica Rampoldi, alla prima esperienza da regista dopo una lunga e onorata carriera da sceneggiatrice (Gomorra, Il Testimone, tra gli altri, temi duri e molto lontano dall’intimità della coppia) ammette che la storia nasce da molto tempo fa quando questa storia rimane nel cassetto per molti e molti anni e viene tirata fuori dopo molto tempo. “All’inizio mi ero anche data delle risposte sul perché del tradimento ma queste risposte, date a 25 anni, erano intransigenti e moraliste. Poi con il tempo ci si addolcisce. Mi piaceva che alla fine il film non desse risposte scontate ma che avesse quattro risposte legittime”.

“Mi piaceva anche raccontare una storia che offrisse uno sguardo forse diverso sui sentimenti, sicuramente una storia diversa dai temi che ho trattato in passato come sceneggiatrice”.

Alla fine delle due coppie che si tradiscono a vicenda, il rapporto più forte che si crea è quello tra le due donne (Pilar Fogliati e Valeria Golino).

Uno dei due maschi (Adriano Giannini) è nel film uno speleologo, uno che dovrebbe anticipare i terremoti e non vede quello che sta accadendo nella sua, pratica il chess-boxing, uno sport che esiste davvero e che prevede che giochi a scacchi per tre minuti e un minuto dopo le vada a dare e a prendere sul ring. Si vince per knock out o per scacco matto. Il protagonista si ottunde con il dolore fisico per non sentire quello psichico”.

In questa epoca così incerta raccontare l’essere umano mi interessa”, continua Rampoldi.

“Come si sta in coppia è anche un discorso politico. Significa rispettare gli spazi anche oscuri dell’altro, non esercitare controllo, dominio, politica. E questo ha che fare con la società”.