Da pochissimo è aperta a Roma, a Palazzo Bonaparte, una grande mostra dedicata a Fernando Botero, a un anno esatto dalla sua morte. È la più grande mostra mai realizzata sull’artista nato in Colombia nel 1932, che pure aveva scelto l’Italia per passarci molto tempo (viveva a Pietrasanta, in provincia di Lucca, parte dell’anno).
Botero e la grassezza
Botero è famoso per le sue figure monumentali ma, diciamolo, subito, non è vero che dipingeva le donne grasse. Prima di tutto, se proprio vogliamo utilizzare questo termone per niente wok non sono solo le donne a essere grasse. Lo sono gli uomini, i cavalli, le arance, i cocomeri, i fiori. Un mondo grasso e colorato, ma non necessariamente allegro.
Tutto in Botero è oversized. Era la sua cifra stilistica, il volume esagerato che aveva scoperto quando, doppo aver studiato la pittura italiana, aveva disegnato un mandolino “ciccione” e aveva scoperto che quella sarebbe stata la sua strada da lì in avanti.
A guardare bene le sue opere si vede che la “grassezza” è una scusa. Nessuna ballerina di quelle dimensioni sarebbe in grado di alzare la gamba in quel modo e nessuna potrebbe avere piedini così piccoli a sostenerne la mole.
Niente mondo grasso, quindi. E niente mondo allegro. Nonostante il colore, tipico della cultura sudamericana i suoi personaggi sono attoniti, se non addirittura sofferenti. Basta guardare i dipinti di denuncia sociale, come quelle sul clero o quelle sulla violenza in Colombia o, ancora, quelle sul carcere Abu Ghraib.
Un pittore che sceglie di fare il pittore quando è ancora bambino, nonostante il padre lo spedisca a una scuola di tauromachia – e la corrida resterà uno dei suoi temi – che sperimenta un po’ di tutto, olio, tempera, disegno, carboncino, acquarello, scultura. Un artista che gira il mondo ma rimane profondamente colombiano nella scelta dei soggetti e nel mondo di rappresentarli.
Un artista che rende omaggio ai grandi artisti del passato, a modo suo. Un artista conosciutissimo e molto amato, da tutti. Da chi di arte se ne intende e da chi meno. Forse perché originale, forse perché facile: quello che vedi è quello che è. Devi solo scavare poco, ma proprio poco, per capirne il significato.
La mostra romana resta allestita fino al 19 gennaio 2025. È curata da Lina Botero, una delle figlie, e da Cristina Carrillo de Albornoz. Organizzata da Arthemisia e con il consueto contributo di Trenitalia (se arrivi con il biglietto del treno hai uno sconto notevole sul biglietto). Io l’ho vista. E fossi in te la vedrei.


