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Myanmar, come cento anni fa

‘Questa è la Birmania, ed è un posto diverso da tutto quello che hai visto finora’. Lo scriveva, nel 1889, Rudyard Kipling che, diretto in Asia, passò tre giorni a Yangon (allora Rangoon). Tre giorni soli, ma che lasciarono un’enorme impronta nello scrittore britannico.

Io ci ho passato un po’ più di tre giorni ed è stato come un tuffo all’indietro di cento anni. Myanmar è come l’hanno lasciata gli inglesi, che  se ne sono andati nel 1948, al termine delle tre guerre anglo-burmesi. Partiti loro sono arrivati i giapponesi, poi i militari, che nonostante le prime – e finora uniche – libere elezioni, siedono ancora in parlamento con una percentuale del 25%, in questo modo tenendo per le palle (scusa il francesismo) chiunque voglia far fare un vero cambiamento a questo paese, inclusa The Lady, come la chiamano i birmani, cioè Aung San Suu Kyi, che ha preso la maggioranza dei voti ma non può diventare presidente del suo Paese, perché i militari hanno inserito un articolo nella costituzione che stipula che chiunque abbia un marito e dei figli stranieri (marito, non moglie, attenzione) non può diventare presidente. Lei era sposata con un inglese, ed ecco fatto.

Yangon, buildings

Queste sono considerate case borghesi, a Yangon.

Vorrei raccontarti la Birmania che ho visto, ma è un paese molto complicato. Si è aperto al turismo solo da pochissimi anni e subito gli sono capitati tra capo e collo il boicottaggio a causa del problema dei Rohingya e il Coronavirus. Quindi ho trovato pochissimi europei e pochissimi cinesi in giro. Una buona cosa per me, che avevo tutto lo spazio e l’agio che volevo; male per questo popolo che è rimasto ancora indietro, che ha molta strada da fare e ha bisogno del turismo come del pane.

Monaco yangon

Un monaco (con il cellulare) alla pagoda di Shewadagon di Yangon

La storia della Birmania è tanto interessante quanto complicata. A partire dal nome. Si chiamava Birmania (Burma in inglese) ma ora si chiama Myanmar, perché il nome Birmania indica solo una parte della popolazione, i birmani, appunto. La capitale si chiamava Rangoon e ora si chiama Yangon. E se dobbiamo parlare dei nomi, quelli della popolazione sono davvero un casino. I burmesi (o birmani) non hanno cognome, ma dal loro nome si capisce (loro lo capiscono, almeno) che giorno della settimana sono nati (di giorni ne hanno otto, hanno due mercoledì) e quale è, di conseguenza, il loro animale protettivo. Il mio è l’elefante con le zanne, diverso dall’elefante senza zanne. Vabbè.

Allora parto proprio dalla capitale Yangon, che in realtà ho visto per ultima. Vasta, sovraffollata (7 milioni di abitanti), inquinata, e con un traffico folle. Se entri nella Governor’s Residence, ora hotel, che nel 1920 era una residenza privata e che si trova nel quartiere delle ambasciate, fai davvero un salto all’indietro di cento anni, ma nell’accezione migliore del termine. Dei tempi in cui Rudyard Kipling e George Orwell frequentavano Myanmar (ma scendevano allo Strand, altro hotel storico della città, bellissimo ma meno affascinante), si mescolavano ai governatori britannici e amoreggiavano con le donne birmane. Questi hotel sono sono solo posti per dormire. Ci vedi passare la vita degli expat, che vengono a mangiare, a fare yoga, a portare i figli in piscina. E senti, ma davvero senti, con tutti i cinque sensi, la Birmania coloniale.

governor's residence, yangon

Sii il Rudyard Kipling che vuoi essere, nella Governor’s Residence

Ma è ora di uscire. Prima tappa, obbligatoria, la Shwedagon Pagoda, chiamata anche la Pagoda d’Oro, una delle cose più belle che vedrai in questo Paese.

Shwedagon pagoda, Yangon

Una città nella città, la pagoda di Shwedagon

Tra la pagoda principale e le innumerevoli altre pagode, qui ci sono 27 tonnellate di oro, senza contare i diamanti, le pietre preziose, i gioielli e gioiellini che la gente comune ha donato e che sono appesi ai pinnacoli. Si entra da una delle quattro entrate salendo i gradini, ci si toglie le scarpe, ci si copre se non si è vestite in modo appropriato (io avevo dei jeans stretti e non andavano bene, mi hanno dato un longyi) e ci si prepara ad affrontare questo enorme complesso dove la gente prega, cammina, si fa le foto, accende candele, offre fiori, celebra cerimonie.

Shwedagon Pagoda, Yangon

Questo ragazzo sta per essere ordinato monaco e celebra con la famiglia

Ci ho passato ore, ma ne avrei passate molte di più perché ovunque ti giri c’è qualcosa di magico da vedere. Il ragazzo che stava per essere ordinato monaco e si faceva le foto di rito con la mamma che tiene in mano la veste che indosserà e il padre che tiene il tradizionale ventaglio valevano la giornata.

Tradizione vuole che si faccia il giro per cercare il luogo del proprio giorno di nascita e pregare lì il buddha, al quale si offre un lavacro di acqua pura.

lavaggio buddha

Bisogna pregare nel luogo dedicato al proprio giorno di nascita e lavare la statua di Buddha con acqua purificatrice

Oppure appiccicare una fogliolina d’oro sul Buddha più grande, per chiedere qualche grazia.

buddha-gold

Il buddha è coperto di piccolissime foglie d’oro appiccicate una a una dai fedeli

La Pagoda d’Oro non è l’unica cosa che puoi vedere a Yangon. C’è un mercato di frutta e verdura all’aperto nella zona chiamata Indian Town. E c’è il grande Scott Market, coperto, dove comprare tessuti, longyi (il tradizionale sarong indossato da uomini e donne), oggetti di lacca, gioielli, pietre preziose.

verdura

Verdura al mercato di Indian Town

Se Yangon ha una pagoda bellissima, Bagan (un’ora di volo verso nord) ne ha 2000. E non scherzo. Non devi visitarle tutte e nemmeno potresti. Alcune sono semplicemente diroccate, altre sono stupa, quindi templi ‘pieni’, nei quali non si può entrare.

bagan

Alcuni dei 2000 templi di Bagan

La cosa migliore – e che fanno quasi tutti – è vedere tutta questa religiosità dall’alto, dal cesto di una mongolfiera. Si parte alle 5 per salire all’alba, ma lo spettacolo compensa la fatica.

Mongofliere su Bagan

Il volo in mongolfiera su Bagan è spettacolare

Bagan – che è divisa in Old Bagan, New Bagan e Nyaung U, la parte più vivace, con piccole guest house, un villaggio locale e un mercato – si trova pigramente adagiata lungo le rive del fiume Irrawaddy, che si può risalire in barca fino a Mandalay.

Irrawaddy river

Le acque del fiume Irrawaddy, che scorre da nord a sud lungo tutta Myanmar per oltre 2000 km

Placidamente arrivi a Mandalay, la vecchia capitale degli inglesi, e ai suoi affascinanti dintorni. A Sagaing c’è un magnifico tempio in cima a una collina, il Soon U Ponya Shin. Ad Amarapura, un altro sobborgo di Mandalay da vedere, c’è l’U-Bein Bridge, formato da 1086 pali di teak conficcati nelle acque del lago Taungthaman, da guardare al tramonto.

U-Bein bridge

L’U-Bein bridge si percorre a piedi, ma facendo un po’ di attenzione. Non c’è parapetto e le assi sono sconnesse.

Mandalay in sé è una città trafficata e operosa, dove la cosa più rilevante da vedere sono workshop di questo e di quello. Soprattutto il Gold Pounding District, dove uomini sudati forniti di enormi martelloni schiacciano foglie d’oro fino a ridurle a carta velina. Le foglioline finiscono poi nei templi e vendono acquistate dai fedeli per donarle al Buddha. Puoi anche vedere il Jade Market, ma non troverai molto che si avvicini al nostro gusto occidentale.

 

tessitrice al lavoro, Myanmar

Le donne tessono a mano o a macchina i tessuti per i longyi

Myanmar sta diventando quello che Thailanda, Cina e Vietnam sono state e sono tuttora. Bacini di lavoro a poco prezzo per prodotti che prendono la strada dell’occidente. La prossima volta che vai da Primark leggi l’etichetta. Troverai un numero sempre maggiore di prodotti Made in Myanmar. Che sia un bene, non lo so.

Myanmar ha anche qualche chilometro di spiagge, ancora piuttosto lasciate in pace dal turismo. Ngapali (il cui nome deriva da Napoli, guarda un po’) è una di quelle. Una spiaggia lunga sette chilometri con pochissima gente e pochissimi resort. Come doveva essere la Thailandia trent’anni fa, prima dell’avvento del turismo cheap, prima dei bar che servono lo spritz, prima dei tedeschi di mezza età che si scelgono la thailandese per la vacanza e tutte quelle orribili tristezze che si vedono da quelle parti.

Qui non c’è niente di tutto questo e nemmeno niente del resto. Solo sabbia e qualche villaggio di pescatori che, se ti alzi presto, puoi vedere al ritorno dalla pesca, quando scaricano il pescato dalle barche e lo affidano alle donne per selezionare i pesci, pesarli e portarli al mercato.

pesca a Ngapali, Myanmar

All’alba il pescato del giorno viene scaricato dalle barche

Pescatori, Ngapali, Myanmar

Il pesce viene scaricato, selezionato e portato al mercato

Una parola la voglio spendere sulla storia dei monaci e delle suore. Ogni buddista che si consideri tale deve, nella propria vita, diventare monaco o suora per un breve periodo (gli uomini per due brevi periodi). Un po’ come ogni musulmano deve andare in pellegrinaggio alla Mecca.
Può essere una settimana o un mese, ma va fatto. Si può scegliere il monastero nel quale andarsi a ritirare e il periodo. Poi ci si fanno rasare i capelli a zero, si tinge il proprio abito (marrone-arancione per gli uomini, rosa per le donne) e via. Durante il periodo religioso si vive in monastero, ci si alza all’alba, si va in giro a chiedere l’elemosina, che può consistere in denaro o cibo. Di solito cibo cotto per i monaci, cibo crudo per le monache, che devono poi cuocerselo da sole.
Le monache molto giovani di solito vengono da famiglie poverissime, che non possono mantenerle, o da orfanotrofi. È un modo per far sì che qualcuno se ne occupi.

giovani monache chiedono l'elemosina, Maynmar

Giovani monache all’uscita della scuola buddista

 

 

 

 

 

 




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