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Biennale di Venezia 2019: i 10 padiglioni da non perdere

È l’anno delle donne, alla Biennale di Venezia 2019. Non solo perché Ralph Rugoff, il curatore, ha scelto un numero di artiste superiore a quello degli uomini. Ma perché il Leone d’Oro è andato a tre donne, le artiste lituane Lina Lapelyte, Vaiva Grainyte e Rugile Barzdziukaite.
Il titolo della Biennale è May you live in interesting timesche sembra un augurio ma è in realtà un’antica maledizione cinese. Gli interesting times sono quelli in cui succedono guerre, catastrofi, calamità naturali. Come il nostro, almeno a giudicare dai temi ricorrenti delle opere presentate: riscaldamento globale, guerre, violenze, un futuro plumbeo, il disfacimento del pianeta. Se te la racconto così credo che non ti verrà molta voglia di visitarla, questa Biennale. E allora preferisco elencarti i miei 10 must, i 10 padiglioni che vale davvero la pena di vedere.

1. IL PIÙ FAMOSO
Be’, ha vinto il Leone d’Oro, quindi non si può non vederlo. È il Padiglione della Lituania, una spiaggia vista dall’alto dove le persone prendono il sole, giocano a palla, dormicchiano.

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La spiaggia del Padiglione della Lituania che ha vinto il Leone d’Oro.

 

2. Il PIÙ TOCCANTE
I padukas sono le scarpe più semplici e povere del mondo: una specie di flip-flop di legno. Le indossava Gandhi, a cui è dedicato il Padiglione dell’India nel 150mo anniversario della sua nascita (Porbandar, 1869 – Nuova Delhi, 1948). L’artista GR Iranna ha coperto una intera parete di padukas, che Gandhi indossava perché si rifiutava di usare la pelle di animali. Un vegano ante litteram.

E a proposito di pace, questa volta non ottenuta,  Gandhi scrisse a Hitler prima dello scoppio della seconda guerra mondiale una lettera in cui gli di fermarsi, prima di portare l’umanità ‘a uno stato selvaggio’. Jitish Kallat ricrea la lettera, che inizia con ‘Caro amico’,  attraverso una proiezione delle parole che la compongono su una parete nera: per leggerla bisogna attraversare una cortina di fumo, cosí come le parole di Gandhi a Hitler finirono in nebbia.


3. IL PIÙ NOSTALGICO
Nel Padiglione dell’Arabia Saudita l’artista Zahrah Al Ghamdi cerca di ritrovare colori, forme e suoni di casa sua e lo fa costruendo con la pelle di bue centinaia e centinaia di oggetti a forma di conchiglia. Zahrah Al Ghamdi viene da una famiglia beduina e l’uso della pelle di bue la riposta alla sua infanzia. Il titolo, After illusion, si ispira a una antica poesia araba del 500 in cui il poeta racconta di non riconoscere la propria casa dopo vent’anni di assenza.

 

Biennale 2019

4. IL PIÙ NUOVO
Il Padiglione del Ghana, paese alla sua prima volta alla Biennale, si è distinto per impegno e originalità. Ha portato sei artisti di tre generazioni diverse (due donne da ricordare, la prima fotografa ghanese famosa, Felicia Abbam, e Lynette Yadom-Boakye, a cui la Tate Modern di Londra dedicherà una mostra nel 2020) per riflettere sulla libertà di un Paese che è diventato indipendente nel 1957.

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5. IL PIÙ BUFFO
Il padiglione del Belgio mette in scena degli automi che riproducono vecchi mestieri, l’arrotino, il cuoco, la sarta. Sembra una scenetta folkloristica, ma ai lati del padiglione, chiusi in gabbie, ci sono i freak, i mendicanti, i pazzi.

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I pupazzi semoventi del padiglione del Belgio

6. IL PIÙ MUSICALE
È la musica che comanda nel padiglione dell’Australia. Angelica Mesiti scandisce con canti, musica e percussioni un firmato che mostra il Senato italiano e quello australiano.

7. IL PIÙ DELICATO
Il Padiglione dell’Iran (che si trova al Fondaco Marcello, in calle del Traghetto, subito prima della gondola traghetto che da Sant’Angelo porta a San Tomà) ha un tocco delicato e femminile. Fotografie di donne riprodotte su una rete di metallo, una tavola apparecchiata elegantemente ma di cartapesta. Gli artisti Reza Lavassani, Samira Alikhanzadeh, Ali Meer Azimi hanno lavorato sulla tradizione iraniana.


8. IL PIÙ IMPEGNATIVO

Si intitola ‘Liberty”, che si per sé è già un concetto importante, il Padiglione degli Stati Uniti. Lo scultore Martin Puryear ha realizzato una serie di sculture all’apparenza astratte ma in realtà legate al concetto di libertà, come il cappello degli schiavi liberati, utilizzato dalla Rivoluzione Francese come simbolo. Importante, per apprezzare il padiglione, leggere attentamente le didascalie di fianco alle opere.

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Ogni scultura del Padiglione Usa ha un legame con il concetto di ‘libertà’.

9. IL PIÙ ALLEGRO
Il Padiglione del Brasile vince la palma del padiglione più allegro, anche se sotto sotto si vede che l’allegria è venata di malinconia. Ballerini e ballerine danzano al ritmo della swingueira, una danza del nord del Brasile, ma sono circondati da edifici in rovina e dal degrado. Una riflessione tra la situazione del Brasile contemporaneo (Bolsonaro non promette nulla di buono) e la tradizione.

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Uno dei ballerini della swingueira al Padiglione del Brasile

10. IL PIÙ SILENZIOSO
Il Padiglione del Venezuela ha un titolo (Metaphore of three windows), una serie di curatori e di artisti. Ma è sbarrato, chiuso, vuoto. Il Venezuela ha altro per la testa, al momento, che partecipare alla Biennale.

 




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