Una madre “terribile”, “durissima” ma anche “meravigliosa”, che l’ha “amata tanto da lasciarla andare”, come si legge nella dedica del romanzo di esordio che ormai quasi 30 anni fa ha fatto di Arundhati Roy una delle scrittrici più lette del mondo intero. Come molti altri prima di lei, anche l’autrice indiana ha deciso di sublimare l’immenso dolore provato per la morte della madre dedicandole un libro, Il mio rifugio e la mia tempesta (ma il titolo originale è un verso degli amatissimi Beatles, “Mother Mary comes to me”).

Arundhati a Milano

L’autrice in persona ne ha parlato davanti a un folto pubblico di lettori al Piccolo Teatro Melato, a Milano, intervistata da Benedetta Tobagi, prima di firmare decine e decine di copie del libro ai suoi fan che hanno atteso pazientemente in una lunghissima fila nel foyer del teatro, in parte rinunciando ad ascoltarne le parole. “A Mary Roy che mi ha cresciuta. Che mi ha insegnato a dire “Scusa” prima di interromperla in Pubblico. Che mi ha amato tanto da lasciarmi andare. A LKC che, come me, è sopravvissuto”. La dedica del Dio delle piccole cose, il suo best seller mondiale del 1997, rende l’idea di quanto questa madre sia sempre stata una presenza imprescindibile anche per colei che l’aveva fuggita quando aveva appena 16 anni, un ventennio prima di pubblicare il romanzo che l’avrebbe resa famosa. La fuga dal  Kerala, e da quello che a Milano ha definito “l’ambiente chiuso e soffocante della comunità cristiana” in cui era cresciuta, era in realtà nei suoi piani da quando era una bambina, e trascorreva molte ore nella “oscurità” di un villaggio senza nessuna distrazione, che le toglieva il respiro anche se la condizione di isolamento le lasciava il tempo di “ascoltare un sacco di musica rock e di imparare a ridere di un umorismo dark”.

La lotta delle donne indiane

L’infanzia si conclude con la fuga nella capitale Delhi, in giovanissima età, “per sopravvivere”.  Qui Arundhati Roy, inizialmente studentessa di architettura, vive ancora oggi nonostante il suo Paese sia negli ultimi anni dominato da un nazionalismo induista che non le piace per niente e la rende oggetto di attacchi e minacce per il suo attivismo politico. “L’India – ha detto riguardo alla condizione femminile – è una terra di terribili contrasti ed è come se vivesse in secoli diversi. Da un lato ci sono donne che rivendicano la libertà ottenuta e dall’altro persistono i femminicidi infantili e la cultura dello stupro. In mezzo, ci sono milioni di donne che lottano contro le ingiustizie”.

L’esempio della madre

Mary Roy, la “madre terribile” morta serenamente a 89 dopo decenni di sofferenze e ricatti ai figli, era una di queste: dopo avere ottenuto la riforma di una legge agraria che non riconosceva nessun diritto di eredità alle donne, fonda una scuola ed educa generazioni di giovani. “Mio fratello ed io abbiamo pagato il prezzo delle umiliazioni che lei stessa aveva subito nell’infanzia e soprattutto dopo la scelta di lasciare il marito quando eravamo piccolissimi. La sua vocazione erano i figli degli altri: con loro era adorabile, ma da noi si faceva chiamare Signora Roy”. Davanti al dolore di Arundhati per la morte della madre, il fratello LKC si stupisce: “mi ha detto, ma come? Eri quella che lei trattava peggio. E pensare che secondo me invece era lui quello più umiliato da Mary! E’ stata proprio lei a insegnarmi a scrivere, a pensare, a lottare per la mia libertà, anche se poi si è sempre infuriata di come scrivevo, di come pensavo, della libertà che avevo raggiunto”.