C’è un’aragosta al Victoria & Albert Museum di Londra e no, non è finita lì per sbaglio. È il pezzo forte — letteralmente cucito su un abito da sera, indossato da Wallis Simpson — di “Schiaparelli: Fashion Becomes Art“, la mostra che da fine marzo tiene impegnata Londra fino all’8 novembre 2026, e che si merita ogni centimetro dei suoi affollatissimi corridoi. Perché se pensavate che la moda surrealista fosse solo teoria da manuale d’arte, qui vi tocca ricredervi: l’esposizione include 100 abiti e 50 opere d’arte, e non c’è praticamente pezzo che non strappi almeno un sorriso incredulo.

Al centro di tutto, ovviamente, lei: Elsa Schiaparelli, nata a Roma nel 1890, che a Parigi tra le due guerre decise che i vestiti non dovevano semplicemente coprire il corpo, ma raccontare una storia — possibilmente assurda. Il risultato? Cappelli a forma di scarpa rovesciata, abiti con lacrime dipinte che sembrano squarci nella stoffa, e naturalmente il famigerato Lobster Dress, nato dalla collaborazione con Salvador Dalí, che qui viene esposto accanto al suo compare ancora più bizzarro: il Lobster Telephone di Dalí del 1938. Due paranoie surrealiste che si tengono compagnia in una teca.

Il telefono aragosta di Salvador Dalì

Photo:@ V&A

E a proposito di amicizie pericolose: Schiap (si faceva chiamare così) non si limitava a conoscere gli artisti del suo tempo, come Dalì, Max Ernst e Leonor Fini, ma li arruolava. Collaborò con pittori, scultori e scrittori surrealisti a Parigi, New York e Londra tra le due guerre, trasformando ogni sfilata in una specie di performance dadaista con corsetto. Il curatore sembra essersi divertito non poco a mettere in scena questo caos organizzato: le sale si susseguono a bassa illuminazione, quasi a voler proteggere gli abiti dalla luce del giorno — o forse solo per aumentare la suspense prima di ogni nuova stranezza.

Chi si aspettava una mostra polverosa e accademica resterà spiazzato: qui la moda si mescola senza pudore all’arte pura, con opere di Picasso, Cocteau e Man Ray a fare da contorno agli abiti. Il pubblico, va detto, sembra apprezzare parecchio: le code all’ingresso raccontano di un interesse che va ben oltre gli addetti ai lavori.

Ma la parte più intelligente della mostra arriva alla fine, quando il racconto smette di essere nostalgia e diventa attualità. Nell’ultima sezione, dal titolo evocativo “A Golden Thread“, si passa il testimone a Daniel Roseberry, l’attuale direttore creativo della maison, che dal 2019 ha riportato Schiaparelli sotto i riflettori con creazioni scultoree spettacolari. Qui trovano posto l’abito scintillante indossato da Ariana Grande agli Oscar 2025 e la versione nero-oro dello Skeleton dress sfoggiata da Dua Lipa ai Golden Globes 2024 — la prova provata che l’eredità surrealista di Schiaparelli non è finita in un museo per caso, ma continua a vestire le star di oggi.

Un abito della Maison Schiaparelli del 2024

Photo:@ V&A

Il dettaglio più delizioso, però, resta biografico: prima di diventare la stilista che sconvolse Parigi, Schiaparelli visse proprio a Londra negli anni Dieci, dove sposò un teosofo dal nome improbabile, autoproclamatosi sensitivo. La coppia ebbe una figlia, Maria Luisa Yvonne (detta Gogo), nata nel 1920 e madre della modella e attrice Marisa Berenson.
Un secolo dopo, la città che l’aveva conosciuta ragazza le dedica finalmente la prima mostra britannica mai realizzata sulla maison — un vuoto clamoroso, colmato solo ora.

Verdetto: se amate la moda che osa, l’arte che ride di se stessa e le aragoste fuori contesto, la fila al V&A vale ogni minuto d’attesa.