Se c’è una notizia che ci ha lasciate senza parole questa settimana, è questa: Yayoi Kusama, l’acclamata artista d’avanguardia giapponese che ha trasformato le sue allucinazioni in opere che spaziano da dipinti vibranti coperti di pois e sculture a forma di zucca fino alle installazioni a specchio infinite, è morta all’età di 97 anni. È scomparsa in ospedale il 14 agosto, come comunicato dal suo museo, anche se la notizia è diventata pubblica solo in questi giorni.
E qui la prima cosa da dire è: novantasette anni. Novantasette. Piccola di statura e nota per il suo caschetto rosso vivo, Kusama ha continuato a dipingere fino agli ultimi giorni di vita, senza mai mollare il pennello — un dettaglio che, se conoscevate anche solo un po’ la sua storia, non vi sorprenderà affatto. Perché per lei l’arte non era un mestiere: era, letteralmente, una questione di sopravvivenza.
Facciamo un passo indietro. Kusama è stata sempre schietta riguardo alle sue difficoltà con la salute mentale, tanto da scegliere di vivere nell’ospedale psichiatrico dove era stata ricoverata, raccontando di aver avuto visioni e allucinazioni di luci lampeggianti, pois e fiori fin dall’infanzia. Invece di nasconderle, le ha trasformate nel suo linguaggio artistico: pois ovunque, su tele, corpi, zucche, stanze intere rivestite di specchi che moltiplicano lo spazio all’infinito. Chiunque abbia fatto la fila (spesso lunghissima) per entrare in una delle sue Infinity Room lo sa: per due minuti ti senti dentro alla sua testa, ed è un’esperienza che non si dimentica.
Frustrata dalla natura oppressiva della società giapponese, Kusama partì per New York nel 1957. Lì, in pochissimo tempo, diventò una delle voci più originali della scena artistica: dipinti a rete, sculture morbide, eventi di body painting e happening contro la guerra in Vietnam, oltre a incursioni nella scrittura e nella poesia. Ha spesso influenzato, tra gli altri, un certo Andy Warhol — non male come biglietto da visita. E una volta ha scritto al presidente Nixon offrendo di andare a letto con lui in cambio della fine della guerra in Vietnam.
Ma il successo non ha spento le difficoltà: la sua salute mentale peggiorò e nel 1973 tornò in Giappone, entrando volontariamente in una struttura psichiatrica, dove ha continuato a vivere, andando ogni mattina nel suo studio poco distante per creare.
Ed è forse questo il punto più bello della sua storia: Kusama non ha mai smesso di lavorare, mai smesso di essere curiosa, mai smesso di trasformare il caos in bellezza condivisibile. Non un’eccezione da compatire, ma un’artista che ha reso il proprio disordine interiore un dono per milioni di persone in tutto il mondo.
Nata nel 1929, Kusama ha influenzato contemporanei come Andy Warhol e Claes Oldenburg e negli anni ha ricevuto riconoscimenti importanti in patria, tra cui l’Ordine delle Arti e delle Lettere e l’Ordine della Cultura del Giappone. Il suo lavoro oggi vive nei musei più prestigiosi del pianeta — dal MoMA al Centre Pompidou — e in ogni feed Instagram che si rispetti, spesso senza che chi condivide quelle foto sappia nemmeno il suo nome.
Il comunicato ufficiale della sua fondazione lo ha detto meglio di chiunque altro: continueranno a portare avanti la sua eredità, perché la sua arte ha sempre parlato di speranza e forza per le persone di tutto il mondo. Un’eredità pop, colorata, ossessiva, a volte inquietante — ma sempre, profondamente, umana.
I tuoi pois, Yayoi, continueranno a farci girare la testa (nel modo migliore) ancora per molto tempo.
