Jasmine-Armour-Marshall

‘Something is better than nothing’. Jasmine, il medico che lavora con Emergency

Jasmine Armour-Marshall ha 33 anni e un viso da bambina. Non te la immagini alle prese con malattie, infezioni, mutilazioni genitali. Eppure, per sei mesi all’anno, sono il suo pane quotidiano. Due volte all’anno Jasmine si licenzia dal suo posto di lavoro, fa le valigie e va a lavorare come pediatra in qualche posto remoto e difficile del mondo al seguito di Emergency. Sudan, Iraq, ovunque ci sia bisogno di un pediatra per il tempo della sua missione. E ogni sei mesi deve cercare di tornare, psicologicamente oltre che fisicamente, alle sue occidentali e comode radici.

“Sento che questa è la mia strada: cercare di offrire a persone disagiate cure mediche di uno standard il più vicino possibile a quello a ci siamo abituati nel mondo occidentale. Quello che posso offrire è meglio del niente che hanno. Something is better than nothing“.

Nata a Bristol ha una infanzia da giramondo, viene portata qua e là da due genitori con la valigia in mano. Dopo il liceo, è pronto per lei un posto in una prestigiosa università per studiare Letteratura Inglese. Ma prima fa un gap year e va a lavorare come volontaria nella costruzione di una piccola scuola in India.

La scuola aveva una piccola infermeria per tutto il villaggio, aperta e gestita da volontari. L’ospedale più vicino era a quattro o cinque ore dal villaggio e l’infermeria era in grado, pur in situazione di estrema semplicità, di gestire i casi meno gravi e più urgenti. Jasmine fa amicizia con l’ostetrica e dà una mano in infermeria, quando non è occupata a dipingere le pareti della scuola in costruzione. Poi, i casi della vita. L’uomo che gestiva la piccola clinica muore all’improvviso e a Jasmine viene chiesto di farsene carico.

“Mi sono trovata da un giorno all’altro con le chiavi dell’infermeria e tutto da gestire”, racconta. “Non avevo idea di cosa fare, a parte quello che avevo visto quando aiutavo. Ma fuori c’era la fila delle persone che avevano fatto tre o quattro ore di cammino per arrivare all’infermeria e volevano essere visitate”.

“Mi occupavo inizialmente di cose semplici, dare gli antibiotici, decidere da quale dottore mandare i pazienti. Mi sono accorta che quello che mi interessava era capire la gente che avevo intorno, che aveva un modo di vivere cosí diverso dal mio, e fare qualcosa per aiutarli”.

La carriera di diplomatica che Jasmine aveva pensato per sé viene buttata alle ortiche. Tornata in Inghilterra si rimette a studiare – di giorno, di sera – le materie che le servivano per iscriversi a medicina.

Per una ragazza i cui genitori non credevano nella medicina tradizionale e che non era stata vaccinata da bambina il passo è decisamente controverso. Ma Jasmine, dietro l’aria dolce, ha una caparbietà che si nota se non al primo, di sicuro al secondo sguardo.

E una volta laureata decide che la sua strada è l’altro mondo, ovunque ci sia qualcuno da aiutare.  E sceglie pediatria.

Emergercy arriva un po’ per caso. “Avevo un’amica che aveva lavorato per Emergency durante la crisi di Ebola e ho conosciuto l’organizzazione. Mi sono offerta e la mia prima destinazione è stata il Sudan. E’ stata un’esperienza molto, molto forte. Sono arrivata nel mezzo di epidemia di vomito e diarrea che aveva colpito un numero incredibile di bambini. Ho visto più piccoli morire nella mia prima settimana che durante tutta la mia carriera in ospedale in Inghilterra”.

Pensa di avere ancora molto da imparare e cerca di farlo nei due mondi che abita. “Capire il sistema occidentale, come si parla ai genitori dei pazienti, come ci si rapporta con gli altri medici davanti a una decisione da prendere, mi serve a essere un medico migliore nelle zone di guerra in cui lavoro”. E decisioni deve prenderne molte, anche da sola, quando qualche parente stretto cerca di convincerla che qualche pratica ‘magica’ o ‘tradizionale’ potrebbe aiutare la guarigione del bambino. “In Sudan c’è l’usanza di bruciare la parte dolorante, tempie, addome, pensando di mandare via la malattia o il dolore con il fuoco. In Occidente sarebbe considerato child abuse e non è sempre facile spiegarlo a gente che viene da una cultura tanto lontana. Ma io cerco di stabilire un dialogo. Qualche volta si fidano, qualche altra è più difficile. Ci vuole tempo e pazienza”.

Di solito si confronta con le madri, con le quali le riesce più facile comuicare. “Mi affidano i figli, è ovvio che si stabilisca un certo livello di fiducia”. Con i pazienti e i genitori parla  un po’ in inglese un po’ in arabo e quand le cose si fanno difficili si fa aiutare dalle infermiere locali. Con i dottori con cui ha lavorato mantiene rapporti di amicizia. “Abbiamo un gruppo su Whatsapp e sappiamo sempre dove ognuno di noi si trova”. Lei, ora, è a Londra e lavora in un ospedale pediatrico. Quando ha un po’ di tempo va in barca a vela. “Ma solo fino a Natale. Poi vorrei di nuovo fare le valigie”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 




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