Mary Wollstonecraft, una "permesola" ante litteram

"Independence I have long considered as the grand blessing of life"

Alla fine del Settecento una scrittrice, la figlioletta di due anni e la sua balia affrontarono un viaggio, simbolo di una trasformazione sociale che stava avendo inizio e che avrebbe portato alla presa di coscienza che essere donna non significa né vivere all’ombra degli uomini né rinchiuse tra le mura domestiche. Ma marywollstonecraft_01l’affrancamento dalla dipendenza materiale e la dimostrazione della capacità di una donna di “cavarsela da sola” stava muovendo i suoi primi passi e doveva ancora passare attraverso l’affrancamento più difficile, quello dalla dipendenza emotiva. Vera protagonista del viaggio fu la lotta interiore tra il desiderio di indipendenza da un lato, e il bisogno di sicurezze e di conforto dall’altro. Lungo le coste di Svezia, Danimarca, Norvegia e Scandinavia, Mary Wollstonecraft viaggiò alla ricerca di un’imbarcazione scomparsa: a testimoniare questa impresa, restano delle lettere private e un diario destinato al pubblico, uno dei più antichi, scritti da una donna, che ci sia pervenuto. Ad intraprendere questo viaggio inusuale, fu la scrittrice Mary Wollstonecraft, una donna che oggi viene considerata la madrina del femminismo. Il suo percorso interiore, di cui quel viaggio fu una delle tappe, partì dalla pubblicazione di un libro: nel 1792, all'epoca della Rivoluzione Francese, mentre i pensatori illuminati di tutta Europa mettevano a punto la proclamazione dei Diritti dell'Uomo, Mary pubblicò I diritti delle donne, una rivendicazione dell'uguaglianza tra i sessi. Passato praticamente inosservato all’epoca, considerato lo stravagante risultato del pensiero di una donna eccentrica, secoli dopo il libro fu assunto come primo documento dal movimento femminista. In esso Mary invoca un radicale cambiamento nei sistemi educativi e condanna stereotipi e ruoli affibbiati alle donne, considerandoli frutto di un'educazione sbagliata e, conseguentemente, di un'errata divisione del potere. Il saggio è particolarmente toccante perché l'autrice è ben consapevole che l'affrancamento delle donne dai ruoli subordinati sarà lungo e doloroso: non solo per le difficoltà esterne, ma anche perché la prima lotta le donne la dovranno combattere -e vincere- dentro se stesse, superando una dolorosa contraddizione tra la volontà razionale di emancipazione e il rifiuto di ogni emotività da un lato (siamo all’epoca dell’Illuminismo) ed un appassionato bisogno di essere accettate ed amate, dall'altro. La stessa Mary, dopo aver condannato sentimentalismi e irrazionalità, si lasciò sopraffare dalla disperazione per un amore finito: l'abbandono dell'avventuriero americano Gilbert Imlay (dal quale, senza essersi sposata, aveva avuto una figlia) la gettò nella disperazione e le fece tentare il suicidio. Poi però Mary compì quell'eccezionale, strano, viaggio. Le tre insolite viaggiatrici partirono per inseguire una nave, che si potrebbe definire "fantasma": la nave infatti, caricata da Imlay di tesori confiscati agli aristocratici francesi arrestati o ghigliottinati durante la Rivoluzione, si credeva naufragata, ma il relitto non era stato trovato. Il viaggio, il cui scopo era quello di rintracciare l’imbarcazione e recuperare segretamente il carico prezioso, fu commissionato a Mary dallo stesso Imlay, il suo ex amante. Mary accettò, e l’uomo che era diventato un’ossessione per lei, diventò il motivo per intraprendere quel viaggio e per dimostrare a se stessa che sì, era vero: lei poteva cavarsela da sola. Di questo viaggio e del contemporaneo cammino interiore restano due testimonianze, completamente diverse, a rispecchiare la lacerazione dell’animo di Mary e il suo faticoso “combattimento”: da un lato le lettere-saggio, una sorta di diario destinato alla pubblicazione; dall’altro le lettere private che ottennero poche e fredde risposte dall’ex amante. E mentre nelle lettere pubbliche Mary riesce ad esprimere elegantemente sentimenti di ammirazione per i paesaggi sublimi, in quelle private lascia parlare le più profonde emozioni. I due testi, scritti contemporaneamente, testimoniano uno sdoppiamento interiore e confrontandoli si può comprendere la lacerazione di un'anima che, soffocata da un amore impossibile, tenta di trovare un equilibrio interiore, aggrappandosi ad un'invocata razionalità. Per amor di Dio, scrivimi subito, amico mio! Mi sforzo invano di calmare la mia mente - la mia anima è oppressa dal dolore e dalla delusione. Tutto mi stanca - questa è una vita che non può durare a lungo. L'unico modo che tu hai per contribuire al mio benessere (è questa l'unica consolazione di cui ho bisogno) è di stare con me. Lo stralcio di questa lettera fa ben intuire il vero motivo per cui Mary intraprese quel viaggio: non per il bottino d’oro, non per il desiderio d’avventura. Contro ogni razionalità, Mary partì sperando di far così rinascere -o resuscitare?- un rapporto ormai irrimediabilmente finito. Nelle lettere-saggio invece, Mary dà voce alla razionalità, all’autocontrollo ed alla serenità, rappresentando se stessa come una donna indipendente, razionale e rivoluzionaria: pubblicato con il semplice titolo di Travel il diario ottenne un'enorme successo. Per queste terre ho spesso vagato da sola, signora dell'immensità, senza quasi mai incontrare creatura umana; e qualche volta, stesa su un tappeto di muschio, al riparo di una roccia, sono stata cullata dal chiacchiericcio del mare tra i ciottoli e mi sono addormentata. Il diario è ricco di osservazioni sulla vita dei paesi visitati, che dimostrano acutezza di spirito e cultura: A tavola la guida che mi stava accompagnando mi disse bruscamente che ero una donna "di osservazione", perché gli ponevo domande “come fossi un uomo". Ma a differenza dei racconti di viaggio scritti dagli uomini, nel diario di Mary si osserva una curiosità e un’attenzione ai dettagli tutta femminile: con una prosa elegante, Mary racconta dei luoghi attraversati descrivendo la gente e le loro abitudini, soffermandosi sulla vita familiare, sulla cucina, sull’abbigliamento e l’educazione dei figli. Verso la fine del viaggio però Mary, stanca e sfiduciata perché la sua vera meta sembra ormai irraggiungibile, non riuscì a mantenere indipendenti l’animo della scrittrice razionale e quello di donna sofferente: nelle ultime pagine del diario di viaggio, l’ "io narrante" lascia il posto all'autrice in carne ed ossa. Mary cambia tono e si rivolge non più ad un generico pubblico ma ad un singolo destinatario. E anche se non viene scritto il nome, è facile comprendere che quel destinatario sia Imlay, ormai assorbito completamente dagli affari: Improvvise fortune sono sorte come funghi durante la guerra; e anche la gente, qui, sembra appartenere alla specie dei funghi. Ma tu dirai che sto diventando amara, forse anche personale. Ahimè! Posso sussurrarti all'orecchio che tu, anche tu, sei stranamente cambiato da quanto ti sei spinto profondamente nel commercio… più di quanto tu non ti renda conto… senza mai darti il tempo di riflettere. Del viaggio poi, non si sa più nulla, e tanto meno della nave fantasma. Il tentativo di separare le emozioni dalla razionalità e di dimostrare a se stessa (e agli altri) la propria capacità di affrontare serenamente quel viaggio da sola, sembra fallito. Tornata in patria, Mary tentò ancora una volta di suicidarsi. Ma il viaggio aveva ormai riunito le due parti del suo animo, anche se sotto il peso della sofferenza. Dopo l’ultimo cedimento, Mary seppe rinascere e gli ultimi anni della sua vita li visse cercando di conciliare passione e razionalità, amore e indipendenza. Sposò il filosofo e scrittore William Godwin ed in lui trovò un compagno capace di amarla senza toglierle l’indipendenza anelata ma senza nemmeno abbandonarla a se stessa. Morì però lo stesso anno del matrimonio, durante il parto della sua seconda figlia. Fu il marito, dopo la morte di Mary, a far pubblicare le lettere private scritte durante il viaggio: le pubblicò omettendo molte informazioni su luoghi e persone ed è impossibile dedurre se la nave sia stata mai trovata e che fine abbiano fatto i suoi tesori. Ma il libro ebbe il merito di dar voce ad una prosa "femminile", simbolo di quella battaglia che molte altre donne avrebbero dovuto ancora combattere tra l'immagine di donna forte e indipendente da destinare al pubblico, per ottenere dalla società lo stesso rispetto riservato agli uomini; e le emozioni vissute, rese più travolgenti dal tentativo di sopprimerle, dall'esigenza di vincerle per potersi incamminare sulla strada dell'indipendenza.

Chiara Meriani
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