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La piccola rivoluzione dei gallesi
Esiste un Paese in Europa dove i poeti vengono intervistati dai giornalisti per esprimere la loro opinione sull’attualità. Sono conosciuti, stimati, ritenuti quasi profeti contemporanei perché la poesia è una forma d’arte molto popolare, frequentata un po’ da tutti. E nello stesso Paese capita che si finisca in carcere per difendere la propria lingua dichiarata fuori legge. Succedeva nel Galles degli anni Sessanta, quando nel resto del mondo nascevano i movimenti per i diritti civili e gli studenti riempivano le strade per protestare contro il sistema. “Il nostro 68 è stato batterci per salvare il gaelico”, racconta Menna Elfyn, esuberante poetessa gallese, figlia di un pastore. “In quegli anni il gaelico era stato bandito dalle scuole e sembrava destinato a estinguersi. Per questo venne costituita la Welsh Language Foundation che diede vita a una vera e propria rivoluzione non violenta. Ci mettemmo contro la legge, ci battemmo per ottenere almeno i cartelli stradali bilingui e un canale televisivo in gaelico. Centinaia di militanti furono incarcerati, tra cui anch’io, due volte.” Fedele alla sua lotta, Menna scrive tuttora in gaelico e in inglese, a volte fonde le due lingue nella stessa poesia, per ribadire che hanno uguale dignità. Le sue battaglie, però, non si sono limitate a questo. “Oltre che language activist, ero anche una pacifista convinta, protestai contro la guerra in Vietnam e scrissi anche cose folli al presidente americano.” Quella guerra l’ha così segnata che nel 1994 è andata laggiù per presentare un film documentario sulla tormentata storia di quell’angolo di Indocina. Menna è stata anche femminista perché non sopportava che le donne fossero così “disposessed” a livello espressivo e negli anni 70 vinse un premio per un libro sull’aborto spontaneo. Oggi scrive di relazioni di coppia, di struggimenti quotidiani, di nostalgie, ma anche di scarpe e di lingerie, perché dice “Sono tanti gli argomenti mai toccati dalla poesia gallese, io qui sono avvantaggiata, mi posso sbizzarrire.”
Allo stesso tavolo, nel chiostro di San Barnaba, siede un’altra poetessa del Galles, Gwyneth Lewis, più pacata ed eterea, che scrive molto di scenari naturali, ma ugualmente preoccupata delle sorti del gaelico. In una poesia indaga addirittura sull’omicidio di quell’idioma e, come in una vera mystery story, chi ammette l’orribile gesto dice “sì, ho ucciso la mia lingua materna” per leggerezza, e poi si affligge di essersene privato. In un’altra narra rievoca la leggenda di una pietra che, se toccata, può far diventare un poeta oppure un pazzo. E il suo auspicio è che il sortilegio non le porti la follia. Marta Matteini |
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